Debito italiano: o la Thatcher o si muore

Londra. Autunno 1978. L’Inghilterra è la grande malata d’Europa. La produttività è la più bassa del Vecchio Continente, l’economia stagnante ed il Pil pro-capite tra i più bassi. In intere zone, specie nel nord del Paese, le condizioni di vita sono assimilabili a quelle dei Paesi del Terzo Mondo. Margaret Thatcher propone agli inglesi una ricetta semplice, quanto rivoluzionaria, fondata su deregulation, privatizzazioni, riduzione della spesa e, conseguentemente, delle tasse. Le idee forza sono quelle della Scuola di Chicago. In poco più di un decennio la Lady di Ferro, al motto di “meno governo meno tasse”, trasformerà il proprio Paese nella locomotiva d’Europa. I Laburisti di Tony Blair, nel decennio successivo, manterranno intatti i cardini della rivoluzione thatcheriana, convinti (che pierini questi Lib-Lab) che la libertà economica sia il più potente motore del progresso economico e sociale nonché il metodo più efficace per favorire una prosperità diffusa.

Roma. Autunno 2019. La spesa pubblica assorbe la metà della ricchezza prodotta dal Paese. Non basta: poiché la stessa spesa è sistematicamente superiore alle entrate fiscali, si è formato il terzo debito pubblico del mondo. La pressione fiscale sempre più alta disincentiva la produzione e diminuisce la competitività dell’economia. Giuseppi Conte e il suo Esecutivo varano una riforma tutta tasse e manette, con una gestione del contante degna della DDR di Erich Honecker. La parola chiave, caso unico al mondo, non è “sviluppo” bensì “evasione”. Al posto dei Chicago Boys abbiamo Marco Travaglio, e le linee guida sono riprese, pari pari, da un Edoardo Bennato d’annata: “In prigione, in prigione!”. Manca anche Blair, in compenso abbiamo Matteo Renzi che si atteggia a Emmanuel Macron, ma pare Clemente Mastella (Carlo Calenda dixit). Insomma, o si ri-fà una Thatcher... pardon l’Italia, o si muore.