Programma per la Destra Liberale

Punto primo: un vero pareggio del bilancio

Nel dibattito sulla Destra liberale, Claudio Romiti ha messo il dito sulla piaga. La Destra liberale deve occuparsi e preoccuparsi degli spendaccioni e dei tartassatori che scorrazzano indisturbati dentro e fuori le nostre case e le nostre tasche, in senso metaforico e in senso reale. Sennonché, ammonisce Romiti, il problema vero sta nel consenso che tutti cercano di acquistare (non uso a caso il verbo) con i soldi erariali, cioè di tutti. Qualcuno ha detto che chi fa beneficenza con soldi altrui è un ladro. Lo penso anch’io. Cosa dovrebbe fare, al dunque, una Destra liberale? Innanzi tutto, il pareggio di bilancio, che però non deve essere trattato dilettantescamente lanciando slogan del tipo “mettiamo un tetto al prelievo fiscale”. Il dramma dei leader politici, generalmente parlando, è che non hanno il tempo, non dico di studiare, ma nemmeno di leggere, neppure i giornali su cui sproloquiano. Ricordo a me stesso, come dicono gli avvocati per non offendere il giudice che è peritus peritorum, che il pareggio di bilancio nella Costituzione del 1948 c’era già. L’articolo 81, ultimo comma, “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”, fu proposto dal “nostro” Luigi Einaudi, appoggiato dal “loro” Ezio Vanoni, perché “negli ultimi tempi (siamo nel 1947!) spesso è avvenuto che proprio i deputati, per rendersi popolari, hanno proposto spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle”. La formula originaria di Einaudi era “provvedere ai mezzi”; fu cambiata per timore che potesse “invalidare ogni legge che non rispondesse all’esigenza” ed accettata la proposta Bozzi che più genericamente parla di “indicare i mezzi”, parafrasando un articolo della legge sulla contabilità generale dello Stato. Incidentalmente ricordo che Einaudi era contrario all’iniziativa legislativa parlamentare, dunque anche al potere di emendamento in materia di bilancio.

Nessuno, sottolineo nessuno, alla Costituente era contrario al pareggio di bilancio, scardinato invece, pensate un po’, dalla Corte costituzionale che avrebbe dovuto garantirlo. La Consulta ha infatti legittimato non solo le spese pluriennali coperte solo il primo anno, ma pure le coperture a debito assimilandolo ai “mezzi”. Da questa diga crepata sono dilagati i duemilaquattrocento miliardi di euro del debito pubblico italiano, avendo così la Consulta concesso mano libera al potere politico sui redditi e i possessi dei cittadini. Ecco perché la mia prima proposta è stata di sostituire la parola “mezzi” con la parola “tributi” nell’articolo 81 della Costituzione. Inoltre, per imporre il morso al cavallo sbrigliato della spesa ritengo indispensabile che i contribuenti sentano il dolore degli speroni politici che lo spronano. Ci ha pensato, nientemeno, Milton Friedman, uno dei tre giganti del liberalismo del Secolo XX con Mises e Hayek, con il suo celebre Emendamento per introdurre un limite costituzionale alla spesa pubblica (alla spesa, onorevoli Berlusconi e Meloni, alla spesa!) negli Stati Uniti, che però non l’hanno adottato. Fui così presuntuoso da riprenderlo e suggerirne un adattamento alla nostra Costituzione (“Una Costituzione liberale per l’Italia”, Atti del Cidas, 2007, www.cidas.it, e “nuova Storia contemporanea”, n.4/2014). Era così concepito: “Le spese totali, ogni anno fiscale, non dovranno aumentare di una percentuale superiore all’incremento percentuale del prodotto nazionale lordo nominale nell’ultimo anno solare terminato prima dell’inizio del detto anno fiscale. Le spese totali includeranno le spese ordinarie e straordinarie, ed escluderanno l’ammortamento del debito pubblico e le spese di emergenza. Quando, per un anno fiscale, le entrate totali eccedano le spese totali, l’eccesso sarà usato per ridurre il debito pubblico finché tale debito sia estinto. In seguito ad una dichiarazione di emergenza da parte del Governo, il Parlamento può autorizzare, con il voto di due terzi d’entrambe le Camere, un ammontare specifico di spese d’emergenza, addizionali rispetto al limite relativo all’anno fiscale corrente. Il limite alla spesa totale può essere modificato per un ammontare specificato con il voto di tre quarti dei componenti d’entrambe le Camere. La modificazione ha valore nell’anno fiscale successivo all’approvazione. Nel caso in cui il Parlamento o il Governo richiedano alle amministrazioni locali attività più ampie o addizionali, le risorse necessarie per compensarne i costi sono reperite dalle amministrazioni stesse. L’applicazione di questo articolo può essere richiesta alla Corte costituzionale da uno o più membri del Parlamento, chiamando in giudizio il Governo o i Presidenti delle Camere, che ne risponderanno anche personalmente ai sensi dell’articolo 283 del codice penale. La sentenza che ingiunge l’applicazione di questa disposizione non specificherà le particolari spese che devono essere eseguite o ridotte, ma stabilirà le pene appropriate per i responsabili e l’anno fiscale entro il quale dovranno essere modificate le spese”.

La straordinaria portata di tali norme è di per sé evidente. Ma sento rimbombarmi nelle orecchie l’obiezione: “La riforma è giusta ma i politici l’impediranno perché non rinunciano alla droga della spesa”. Beh, l’obiezione è di quelle che sempre i liberali ignavi hanno opposto, pure senza volerlo, a favore degli illiberali. E poi, se il partito della Destra liberale vuol esser tale, può astenersi dal martellare questo punto? No, deve farlo e saperlo fare. L’articolo 81 della Costituzione, pur riformato nel 2012 per imporre allo Stato di “assicurare l’equilibrio tra entrate e spese” e con il ripristino di “provvede ai mezzi”, non è servito allo scopo. Tant’è che da quell’anno le spese e il debito continuano ad aumentare.