Populismo e razzismo non sono la stessa cosa

Vale la pena mettere in chiaro una sorta di memento giacché la memoria politica oltre che, ovviamente, liberale, se ne sta andando per i fatti suoi. Del resto, se una volta negli Usa si usava dire che nascesse un imbecille al giorno, adesso da noi la percentuale giornaliera di cretinismo, anche e purtroppo militante, tende ad aumentare vistosamente soprattutto nelle vicende della politica in cui i giudizi e le liquidazioni degli avversari sono assurte al ruolo di giudizio divino, irrevocabile, implacabile. Con, a rimorchio, la dannazione perinde ac cadaver dei sentenziati.

Si prenda, fra i molti, il caso (chiamiamolo così) del populismo del quale sia destra che sinistra hanno fatto e fanno uso, nel senso che utilizzano la vox populi non tanto o soltanto come una vox Dei, ma come motivo conduttore di una vis polemica che sostiene, quando è il caso, una vera e propria politica nelle occasioni in cui la si vuole contrapporre ad un’altra analoga, ma di segno opposto.

Per rimediare, ovvero per mediare all’interno di questa spietata dialettica, si sono collocate le volontà liberali che sono tali nella misura e nei modi con cui vi intervengono e che sono, da sempre, improntate al rispetto delle idee, anche le più estreme, all’astensione di qualsiasi condanna anticipata, alla consapevolezza che nell’offerta di una mediazione degli opposti possono derivare proposte accettabili e condivisibili per ciascuno e, dunque, per il popolo.

Intendiamoci, esiste da sempre un populismo con motivazioni razziste che, prendendo il sopravvento sul primo, non possono accettare mediazioni di alcun genere giacché rientrano in categorie al di fuori di qualsiasi richiamo, di qualsiasi appello alla ragionevolezza proprio perché costituiscono loro stesse la ragione, se non unica, predominante. Il che è sempre e comunque condannabile, anche e soprattutto dai tribunali.

Il fatto è che in molta polemica politica dei nostri tempi, la facilità con la quale si usa il bollino della vergogna, il segno e il marchio dell’infamia applicabili su chiunque tenda, nelle polemiche del caso, a respingere o diversificare giudizi non accettando ipso facto il cosiddetto comune sentire spacciato come una sorta di obbligo etico, diventa un’arma con la quale bastonare i reietti, a condannarli in anticipo, a bloccare qualsiasi discussione poiché la condanna come razzista dell’avversario politico diventa inappellabile.

Per capirci, esistono fatti storici nei confronti dei quali la condanna non può non essere irrevocabile come nella terribile vicenda della quale la Shoà è l’esempio più mostruoso e, in questo senso, il voto recente in Parlamento ha rivelato la mancanza negli astenuti, a cominciare da Forza Italia, di una tempestiva volontà di discuterne prima del voto ufficiale con proposte costruttive tendenti, per esempio, alla sottolineatura che confondere nazionalismo con razzismo, piuttosto che una svista voluta, è un errore oltre che filosofico-etico, anche storico dei quali è piena la storia di qualsiasi popolo e sistemi democratici.

Si è persa così una delle tante occasioni per condurre, specialmente nel Parlamento se non nel Paese, una battaglia in favore di un confronto delle idee che, lungi dall’essere viziato da pregiudizi, si offra come momento di un conflitto ragionevole e non di una sfida, di un momento alto per comparare piuttosto che dividere, sullo sfondo di una situazione politica nella quale le urla con condanne anticipate e a buon prezzo sostituiscono i rapporti fra maggioranza e opposizione alla ricerca di una visibilità di cui i media sono molto spesso complici. In nome, ovviamente, dell’audience.