Il discredito dei pataccari

Quale che sia l’esito della drammatica vicenda dell’ex-Ilva, mi sembra evidente che ciò costituisca notevole discredito per un Paese già ampiamente compromesso sul piano della reputazione internazionale. Un pessimo segnale per chiunque nel mondo abbia in animo di investire in un sistema economico nel quale, mentre si cambiano regole dirimenti in corsa (mi riferisco nello specifico al famigerato scudo penale utilizzato da una parte dei grillini come un pretesto per le più sordide rivalse interne) più e più volte, si fa la voce grossa, richiamando un grande investitore come ArcelorMittal al rispetto di accordi che i due Governi presieduti dallo stesso Premier, Giuseppe Conte, sono stati i primi a violare.

Lo stesso Presidente del Consiglio, alla fine della convulsa giornata di mercoledì scorso, interamente dedicata ad una estenuante trattativa prima con la multinazionale franco-indiana e poi all’interno di un Esecutivo oltremodo diviso sulla vicenda, a margine di un inconcludente Consiglio dei ministri ha tuonato: “Questo Paese non si lascerà prendere in giro”.

E in effetti, guardando gli ultimi risultati elettorali del suo partito di riferimento, il Movimento 5 Stelle, sembra proprio che stia proprio accadendo quello che Conte auspica, con milioni di italiani i quali non credono più alle patacche politico-programmatiche che per molti anni hanno caratterizzato l’azione dei grillini. Patacche che lo stesso sedicente avvocato del popolo continua a spacciare a ciclo continuo.

Infatti, sempre rivolgendosi ai giornalisti in merito all’inconcludente negoziato con ArcelorMittal, il nostro ha attaccato questi ultimi, sostenendo di aver loro inutilmente riproposto il ripristino del succitato scudo penale. Peccato però, è doveroso aggiungere, che durante il successivo vertice di Governo i ministri pentastellati abbiano opposto un muro invalicabile a tale possibilità, minacciando di far cadere l’Esecutivo. Dunque, anche in tale frangente il prode Conte stava tentando di rifilare una ulteriore patacca ai responsabili del colosso siderurgico, prendendo un impegno politico che ancora oggi non sembra in grado di mantenere.

Ma non basta, nel corso di “Porta a Porta” del giorno successivo, il Presidente del Consiglio ha chiesto retoricamente a due autorevoli commentatori del calibro di Paolo Mieli e Maurizio Molinari se “ricordassero un Governo che sia stato in grado di tagliare ben 26 miliardi di tasse” come quello attualmente in carica. Ora, a parte lo sbigottimento che si è letto chiaramente nel volto dei suoi interlocutori, trattasi in questo caso di una patacca di dimensioni gigantesche.

In sostanza Conte vorrebbe convincere una comunità nazionale devastata da una pressione fiscale che viene da molto lontano, e che con l’ultima manovra giallo-rossa viene ulteriormente inasprita, che gli oltre 23 miliardi di mancato aumento dell’Iva si possono aggiungere ai meno di 3 di tagli effettivi previsti per il cosiddetto cuneo fiscale.

In pratica quest’uomo dalla schiena diritta, così definito in un encomio pronunciato in diretta su La7 dal governatore della Puglia – quel Michele Emiliano sempre più vicino alle posizioni grilline – ritiene di sommare impunemente le pere di una piccola riduzione delle tasse con le mele di colossali clausole di salvaguardia evitate, come già ampiamente dimostrato dai numeri, facendo in gran parte ricorso a nuovi debiti.

Egli, parafrasando ancora una volta il celebre Abramo Lincoln, potrà pure sperare di ingannare molti per un po’ di tempo e alcuni per tutto il tempo. Ma è escluso che possa ingannare tutti per sempre, soprattutto quando si tratta di aziende con migliaia di lavoratori e miliardi di fatturato o di milioni di famiglie e di contribuenti che sanno benissimo far di conto, soprattutto in tema di tasse da sborsare.