L’Ucpi contro la prescrizione per informare i cittadini

Gli avvocati penalisti sono, da ieri, nuovamente in piazza contro la legge che abolisce la prescrizione in appello, fortemente voluta dal ministro Alfonso Bonafede. Solo il mese scorso alla protesta promossa dall’Unione camere penali italiane (Ucpi) hanno aderito, con l’astensione dalle udienze, anche parte di settori dell’avvocatura civile ed amministrativa e altri soggetti della vita associativa forense.

Nel mirino della nuova astensione, proclamata dal 2 al 6 dicembre e accompagnata da una lunga maratona oratoria nazionale non stop che si svolge a Roma, in piazza Cavour, non soltanto la norma che dal 1 gennaio modificherà l’istituto della prescrizione aprendo la strada al “processo infinito” ma anche il tema, già sollevato durante la protesta dello scorso mese, della disinformazione nei confronti dei cittadini che puntualmente accompagna, da quando si è aperta la stagione del populismo giudiziario, il varo di norme in materia penale. Non c’è dubbio che alla società sia sempre servita una versione parziale delle decisioni adottate dal legislatore in materia di politica giudiziaria. È accaduto e sta accadendo anche ora quando si affrontano in modo sommario i contenuti di una riforma che colpirà in discesa i diritti fondamentali di ciascun cittadino che dovesse incorrere in un procedimento giudiziario, prolungando ben più di quanto avviene già oggi, ed i tempi sono estenuanti, la definizione dei processi penali. Con il risultato di arrecare un ciclopico danno sia per i diritti degli imputati ma anche delle persone offese.

L’avvocatura penale, dunque, è tornata da ieri a farsi sentire spiegando alla società civile la necessità che venga cancellata o almeno rinviata la nuova disciplina sulla prescrizione. A meno che non ci si vuole arrendere alla trasformazione dei processi penali in una macchina senza tempo che, tra l’altro, intasa ulteriormente il sistema giustizia. Già, perché, anche volendo tralasciare considerazioni molto “indigeste” al Guardasigilli attinenti al diritto di un qualsiasi imputato di non subire il “fine processo mai” o allo strettissimo legame che nel nostro ordinamento esiste tra l’istituto della prescrizione e il principio di presunzione di innocenza e l’inviolabilità del diritto di difesa, è presto intuibile che cancellare la data di prescrizione dai fascicoli equivarrà, tra l’altro, ad eliminare per il giudice l’unico motivo, l’unico pungolo per pronunciarsi velocemente con sentenza.

La prescrizione è e resta un sacrosanto contrappeso alle inefficienze della macchina giudiziaria di cui stabilisce il limite entro il quale deve arrivare la definitiva risposta di giustizia nel caso in cui il procedimento non sia giunto a evidenziare elementi di colpevolezza o di innocenza. Il che, ricordiamolo, non è colpa né degli avvocati né degli imputati. Ma torniamo su quella che gli stessi penalisti hanno definito un’operazione verità, per strattonare la cortina di silenzio stesa finora dai media sul cortocircuito logico, prima che giuridico, per cui abolire l’estinzione del reato per decorrenza dei termini una volta emessa la sentenza di primo grado, sia che si tratti di condanna che di assoluzione, in alcun modo velocizzerà la macchina processuale. L’omissione è antica, una delle tante sbianchettature che il sodalizio tra media e politica mette in atto davanti all’opinione pubblica, cavalcandone invece ed insieme alimentandone il populismo giudiziario, la concezione della legittimità del processo eterno, come strumento di vendetta e che vuole l’imputato colpevole, invece che un percorso di accertamento della verità. Tutta robaccia che fa il paio con la diffusa concezione della legalità a senso unico a cui si ispirano e intendono dare risposta quelle riforme securitarie ed efficientiste lesive di garanzie e diritti costituzionalmente previsti nel giusto processo.

Di questa politica giudiziaria ci siamo nutriti finora. Questa politica, breccia dopo breccia, intende contrastare l’Ucpi nella battaglia per il diritto penale liberale e il giusto processo. Perché l’esito di quel modo di intendere l’autorità giudiziaria resta e sempre resterà un forcaiolismo becero e fondamentalmente nemico primo del buon funzionamento del sistema giustizia. Per contrarre tempi infiniti ed inefficienze del sistema giudiziario, è la sfida lanciata dei penalisti e di quei pur residuali settori da sempre garantisti della politica, anche la società civile deve essere alfabetizzata ed informata della priorità di metter mano prima di tutto ad una riforma del processo penale capace di ridurne i tempi morti e di individuare meccanismi per limitare il numero dei dibattimenti.

La sfida è ciclopica, bisogna ammetterlo, ma ce la si può fare. Perché quella che il presidente dell’Ucpi, Gian Domenico Caiazza, definisce “una giungla di menzogne” ai danni dei cittadini, “a cominciare dalla vulgata che l’istituto della prescrizione sia perseguita dagli avvocati con mille artifizi”, ha sempre taciuto su quel 60 per cento delle prescrizioni che si estinguono durante le indagini preliminari, mentre il 75 per cento fino a sentenza di primo grado.

A fare il punto sulle mille altre cause dell’eccessiva durata dei processi, ci ha poi pensato uno studio che Eurispes ha recentemente condotto proprio in collaborazione con l’avvocatura penale e presentato il mese scorso: 64 per cento cause fisiologiche nei procedimenti, dai tentativi di conciliazione all’assenza dei testi, alle richieste di messa alla prova; il 16,2 per cento disfunzioni interne agli uffici del Giudice del Pm e dell’imputato. Numeri che i cittadini hanno non il diritto ma l’obbligo di conoscere anche se il campo di scontro è ancora aperto e la battaglia al momento segna un netto vantaggio per il ministro Alfonso Bonafede che ha dimostrato tutta la sua avversione alle ragioni effettive dell’intasamento della macchina giudiziaria ed un pavido rifiuto delle proposte presentate dal mondo dell’avvocatura al tavolo ministeriale.
La gamma di interventi proposti al ministro va dal rafforzamento della regola di giudizio dell’udienza preliminare per renderne effettiva la funzione di filtro, l’incremento del ricorso ai riti alternativi e l’individuazione di ulteriori ipotesi di depenalizzazione, volti ad una riduzione del numero dei processi al dibattimento, ma anche interventi che rendano certo il tempo delle indagini e dell’esercizio dell’azione penale e l’effettività delle garanzie nell’attività dell’acquisizione della prova in contraddittorio.

Inutile dire che il tetragono ministro in buona fede non si lascerà corrompere nemmeno da cifre tanto esplicite. La sua guercia impostazione resisterà anche agli altri numeri che parlano dell’unica vera urgenza, quella di ridurre i tempi dei processi piuttosto che di intervenire sull’estinzione dei reati. Perché è del buon ministro perseguire e servirsi alla bisogna della narrazione delle emergenze giudiziarie falsata che ha finora diligentemente omesso di raccontarci, ad esempio, che l’istituto della prescrizione riguarda una minima parte dei processi, le prescrizioni hanno già tempi lunghissimi, fino a 60 anni: 40 anni per il sequestro di persona a scopo di estorsione e per l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, 37 anni per il reato di disastro ambientale e 25 per la rapina, 30 anni per prescrivere una corruzione in atti giudiziari, 37 e 6 mesi per i casi più gravi di maltrattamenti in famiglia, un quarto di secolo per fattispecie ad elevato allarme sociale come rapina, traffico di droga, estorsione. Senza contare che per alcune tipologie di reati i tempi per le prescrizioni sono aumentati, come per la corruzione in atti giudiziari portata da 25 a 30 anni o la corruzione per l’esercizio della funzione da 10 a 12 anni. Non solo, da città a città, “emergono ciclopiche differenze nei tempi di definizione dei giudizi: 663 giorni per i fascicoli aperti alla Procura di Brescia, 161 di Trento e per le prescrizioni dichiarate in Corte d’Appello il 43% dei reati sono estinti per decorrenza termini a Venezia, il 35 a Catania, il 26 a Bologna”. Il dato più eclatante, poi, è che sono soltanto il 25 per cento dei reati totali, i prescritti dopo il primo grado, quelli appunto interessati dalla norma, ma soprattutto vanno in prescrizione soltanto il 10 per cento dei fascicoli.

Resta da comprendere perché, escludendo la malafede populista, con tempi medi attuali di 40 anni, necessari a prescrivere molti reati, si sia voluta una riforma destinata ad un bacino così esiguo. L’emergenza, insomma, emergenza non è. Ma la riforma che sospende la prescrizione ha il potere leviatano di rendere legittimo che un individuo di cui lo Stato non riesca a provare la colpevolezza o la cui assoluzione in primo grado il Pm voglia sovvertire, con tutta la calma accordatagli, rimanga in scacco dello Stato. Per sempre. Tutto in ragione di un 2,5 per cento del totale dei casi per i quali si dà una bella sforbiciata ai principi della civiltà giuridica e dello stato di diritto tutelati dalla Costituzione. E questo può capitare davvero a qualsiasi comune cittadino. Che era ora venisse informato su cosa accade e avverrà nei tribunali e sui rischi che si abbattono su chiunque resti imbrigliato nelle maglie di questa mostruosità giuridica firmata Bonafede.