Giustizia da... favola

C’era una volta un ministro della Giustizia che aveva deciso di riformare il sistema giudiziario, riaffermando una volta per tutte l’imperio dello Stato sul malaffare e sui malviventi.

E così, pensa che ti ripensa, il ministro, facendo ricorso alle sue note competenze giuridiche, stabilì che esiste un solo modo per scongiurare che i malandrini possano farla franca: fare in modo che i processi non finiscano mai e, se finiscono, si concludano con una condanna esemplare.

Le cronache del tempo riferiscono che, fatta eccezione per qualche facinoroso – di certo al soldo dei delinquenti – le forze che sostenevano il Governo di cui il ministro faceva parte appoggiarono la sua iniziativa, opponendosi anche a semplici inviti ad una più approfondita riflessione.

“Non possiamo più aspettare”, tuonava il ministro. “Nessun rinvio”, gli faceva eco il Presidente del Consiglio.

Trattandosi di argomento che, al pari delle malattie incurabili, riguarda sempre “gli altri”, la popolazione non manifestò alcuna contrarietà al progetto. A volerla dire tutta, qualcuno si dichiarò addirittura favorevole, complimentandosi per il coraggio dimostrato. I pochi che osarono protestare furono derisi, dileggiati dalla maggioranza.

Poi, un giorno, il ministro – che, nel frattempo, non era più ministro – si trovò a camminare per le strade di una città d’arte, una di quelle città che esistono soltanto in Italia. La sua attenzione fu attirata da una statua che campeggiava davanti all’ingresso del Comune: raffigurava un uomo possente, dal fisico muscoloso e dal volto determinato. “Bella, vero?”, disse al turista al suo fianco, assorto nell’ammirazione di cotanta opera. “Molto”, rispose gentile colui, che sembrava un orientale. “Pensi a quanto è antica. Resiste nei secoli. Ecco la forza dell’uomo: produrre opere destinate a durare per sempre”. “È una copia, giovane ed incompetente italico. L’originale sta altrove, ben custodito. Questo è un fake, che lei avrebbe dovuto riconoscere”.