Se la Lega è (anche) il Centro

I dati sono veri, certi, addirittura implacabili, al di là e al di sopra degli expertise di un Giuseppe Conte autopromosso alla tecnica del rinvio, del vedremo, dell’aggiornamento, della proroga, del rimando: un’arte vera e propria come ricorda il nostro direttore.

Si tratta di un sondaggio (Swg) sul centro e i centristi, mirato cioè a individuare le tendenze di voto per quanto riguarda, come si diceva una volta, la pancia dell’elettorato che, sempre una volta, veniva identificato nell’immortale Democrazia Cristiana. E oggi?

Oggi, mutatis mutandis, a livello storico e politico, non v’è dubbio che quello spazio, in sé e per sé costretto a governare come baricentro (appunto), è occupato dalla Lega salviniana.

I dati, come si diceva una volta, parlano da soli basti pensare che, sempre per quanto attiene al magico centro, la Lega in un anno è salita dall’11 al 28 per cento dei potenziali voti centristi, facendo del partito che fu di Umberto Bossi non tanto e non solo quello più gradito, ma il partito dei moderati e, in quanto tale, punto di raccordo e di promozione di un’alternativa oltre che probabile, investita fin d’ora dall’onda governativa, vuoi per le spinte ulteriori dovute alla leadership di Matteo Salvini, vuoi alla costante crescita di una Giorgia Meloni riposizionata in un’area di centro e non solo di destra, vuoi in una certa misura per la decrescita di una Forza Italia, un tempo luogo prediletto dai moderati e oggi pressoché ridotta ai minimi storici, cioè a un 5 per cento per opera, soprattutto, degli altri due alleati.

In questo senso sono venuti meno, nel giro di qualche mese, i fondamenti stessi riposti da Silvio Berlusconi nel suo movimento considerato indispensabile nel ruolo di baricentro, in una destra alla ricerca, appunto, di un punto di raccordo e di iniziativa in rappresentanza proprio di quei moderati ai cui scopi di governo gli hanno ora preferito, e di gran lunga, Salvini. Del quale, ad ogni buon conto, non vanno sottovalutati gli sprint propagandistici in nome di una campagna elettorale permanente alla quale non poche reti televisive del Cavaliere hanno dato e danno un consistente viatico mediatico.

Naturalmente il crollo del Movimento 5 Stelle, che un anno fa con il 30 per cento dei consensi era il primo partito dell’area centrista ed ora è al 10 per cento, sta giocando un ruolo importante in queste che possiamo definire dinamiche pre-elettorali, secondo le logiche di una perenne sfida, sia sui social che in tv che nelle piazze e che, lungi dall’annoiare gli spettatori, sta motivando sempre più e in modo particolare gli elettori del centrodestra, che “sentono” l’inconfondibile profumo delle urne anticipate e vedono vicino il momento del ritorno al governo del Paese.

Intendiamoci, il raffronto e la parificazione della Lega come nuova Dc è, per certi versi, scontato ma non può non rivelare diversità e distanze. E non solo di tempo giacché la Dc si è giovata per decenni di un elettorato sostanzialmente stabile, con pochi cambiamenti in corso d’opera e piccole oscillazioni.

Al contrario, la Lega gode oggi di un consenso assai ampio ma, secondo qualche osservatore, dotato di una certa mutevolezza o fragilità, messa in evidenza dagli sbalzi di un consenso partito da un misero 4 per cento e salito al 30 per cento e oltre e dunque coi rischi endemici di una variabilità.

Il fatto è che il cammino di Salvini si adatta, per dirla col medesimo, al linguaggio del suo popolo ma porta avanti temi e problemi non poco graditi all’area centrista, come la sicurezza e, in quest’ultima tornata, quello delle tasse sul cui terreno sta come sfinendosi l’arte del rinvio del Premier Conte con un M5S in caduta libera e un Partito Democratico residuale sparito dai radar di centro, mentre la leadership di Salvini appare comunque consolidata, e ciò lo rende più riconoscibile modificando i toni più acuti secondo uno spartito la cui musica sembra aprire ad elettorati diversi per provenienza politica.