Votare adesso conviene a tutti (o quasi)

Finora abbiamo ragionato partendo da un assioma: l’incrollabile volontà di piddini, grillini e renziani di restare incollati alle poltrone a qualsiasi costo per durare al Governo fino alla scadenza della legislatura, nel 2023. Ma la batteria di bordate ricevute sotto la linea di galleggiamento dalla fragile navicella governativa, in sequenza impressionante ieri l’altro, ribaltano totalmente lo scenario.

Adesso tutti, o quasi, potrebbero avere interesse a staccare la spina al Conte-bis, subito dopo l’approvazione della manovra finanziaria, per tornare rapidamente alle urne. Che lo desiderino le opposizioni della destra plurale è del tutto scontato. Sorprende invece che la voglia di saltare giù dalla nave che sta colando a picco abbia contagiato ad una ad una le forze di maggioranza. Partiamo dagli accadimenti di ieri l’altro: tre cannonate, a distanze di ore l’una dall’altra. Tutte andate a segno: l’Eurogruppo, riunito per discutere la questione della riforma del Mef, che respinge la richiesta del ministro italiano dell’Economia, Roberto Gualtieri, di riaprire il negoziato per apportare alcune modifiche sostanziali alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità; il presidente Usa Donald Trump che, al vertice Nato a Londra, richiama all’ordine “Giuseppi” Conte, intimandogli senza mezzi termini di fermare gli accordi con la Cina per l’acquisizione della tecnologia 5G; il Gruppo Arcelor-Mittal che, al tavolo delle trattative sull’ex-Ilva di Taranto, ribadisce l’intenzione non negoziabile di tagliare 2.900 posti di lavoro nell’immediato per un totale di 4.700 esuberi complessivi, entro il 2023.

Come se non bastassero le bordate arrivate dall’esterno, c’è stata la cannonata che i “compagni” si sono tirati sui piedi. L’obice che ha squarciato la chiglia della fregata giallo-fucsia è l’entrata in vigore il prossimo 1 gennaio della riforma della prescrizione. Voluta fortemente dal giustizialismo grillino, è osteggiata dal Partito Democratico. Nicola Zingaretti ha un problema: Italia Viva di Matteo Renzi intende smarcarsi dal patto di Governo dichiarandosi disponibile a votare la proposta di legge presentata da Forza Italia che mira ad abrogare la nuova prescrizione. È palmare che la maggioranza penta-demo-renziana non abbia risposte adeguate e unitarie alle problematiche che le stanno precipitando addosso. La conseguenza è di fare il gioco dell’opposizione di destra che cresce nei sondaggi per moto inerziale. Il presupposto che aveva condotto grillini e sinistra a mettersi insieme in un’alleanza anomala era che, individualmente, i partner del nuovo amalgama avrebbero conseguito un dividendo elettorale dalla defenestrazione del nemico comune Matteo Salvini. Invece, questi pochi mesi hanno mostrato l’opposto: la Lega cresce nei sondaggi e nelle urne regionali mentre l’asse di Governo è in conclamata crisi di fiducia. Le teste pensanti del Pd temono che la polemica su ogni cosa con i Cinque Stelle li stia consumando. Perché allora non interrompere in tempo un’esperienza di governo fallimentare?

Il malessere piddino è stato portato in superficie da uno dei suoi maggiori esponenti. Ieri l’altro Graziano Delrio in un’intervista a “la Repubblica”, a proposito del comportamento di Luigi Di Maio, ha detto: “Ricattare gli alleati non può essere un metodo... Non abbiamo paura delle elezioni”. Parole dure che denotano quanto la misura in casa “dem” sia colma. Zingaretti, insieme a un gruppo di parlamentari di sua fiducia, potrebbe preferire consolidarsi nel ruolo di leader del maggiore partito dell’opposizione a un futuro Governo della destra plurale e da quella posizione ricominciare la risalita sfruttando la liquefazione del fenomeno grillino. Ma se il Pd pensa di fare le valigie e lasciare il Governo, chi le valigie le ha pronte da un pezzo è Matteo Renzi. La scommessa di prosciugare il Pd dall’esterno è fallita. Il rischio per lui e la sua truppa è di restare intrappolati in un partitino asfittico. Incalzato dall’iniziativa europeista-tecnocratica di Carlo Calenda, Italia Viva si trova schiacciata da entrambi i lati, di destra e di sinistra. In più, le congiunture astrali non sono favorevoli al senatore di Scandicci. L’assalto giudiziario al suo mondo non è casuale. Qualcuno gliela vuole fare pagare per il trauma causato in casa Pd con la scissione a freddo all’indomani della nascita del Governo giallo-fucsia. Renzi aveva in animo di farsi ristorare per l’accordo di potere con i Cinque Stelle con la contropartita delle nomine dei vertici delle maggiori aziende pubbliche e delle partecipate dallo Stato. Ma dopo quel che è successo con l’indagine avviata sulla “Fondazione Open”, a lui riconducibile, e con la scelta cruenta dei Pm di spedire la Guardia di finanza a fare sequestri e perquisizioni a tutti coloro che avevano erogato contributi alla Fondazione, appare assai improbabile che Renzi trovi manager disponibili a farsi sponsorizzare da lui per accedere ai vertici delle grandi aziende pubbliche. Il giovanotto oggi è un appestato: gli si è fatto il vuoto intorno. Ragione per la quale l’ex premier potrebbe accontentarsi di salvare la truppa parlamentare che lo ha seguito nella nuova avventura, in attesa di tempi migliori. Per ottenere il risultato deve poter contare su un’intesa con quel Pd che nelle intenzioni avrebbe voluto affondare. Perché ciò avvenga è necessario che si vada al voto con il “Rosatellum” che obbliga agli apparentamenti nei collegi uninominali. I “dem” per vincere in alcune realtà hanno bisogno dei suoi voti. Lui, in cambio, potrebbe garantire il posto nel nuovo Parlamento ai fedelissimi. Il tutto prima che divenga definitivo il taglio costituzionale del numero dei parlamentari. Quindi, per Renzi meglio voto subito. Si dirà: i grillini faranno muro per resistere. Ma dove sta scritto.

Luigi Di Maio non sarà un fulmine di statista ma non è un ingenuo. Ha capito che il grillismo come idea di società è andato a sbattere. L’unica possibilità di restare nell’agone della politica è rischiare adesso la via elettorale. C’è ancora spazio per un risultato che garantisca la sopravvivenza del brand e con esso la rielezione di un numero ridotto di parlamentari. La maggior parte degli attuali deputati e senatori verrà riconsegnata all’anonimato dal quale è venuta. Ma quei pochi che saranno sopravvissuti con Di Maio, e con un redivivo Alessandro Di Batista, potranno concorrere a realizzare il progetto di partitino ago-della-bilancia che nella storia della Seconda Repubblica ha avuto illustri teorizzatori: da Pierferdinando Casini ad Angelino Alfano. La condizione essenziale è che la coalizione della destra plurale non ottenga l’ampia maggioranza sperata per essere autosufficiente. Di Maio guarderà ai risultati di Forza Italia.

Se il gruppo guidato dal presidente Silvio Berlusconi dovesse rivelarsi indispensabile per comporre i numeri della maggioranza, i “grillini 2.0” si offrirebbero a Salvini come puntellatori di un ipotetico Governo sovranista in alternativa ai forzisti. E, visti i precedenti, non è da escludere che il “Capitano” possa essere traviato da un ritorno di fiamma per Di Maio. Ma anche per questo minimo obiettivo di sopravvivenza è necessario che si voti prima che i sondaggi rilevino l’azzeramento del capitale elettorale grillino. Un’operazione del genere non avverrebbe con il consenso del padrone Beppe Grillo, le cui intenzioni recenti sono state di cedere in comodato d’uso la sua creatura al Pd. Una separazione, non pacifica, dei destini dei due potrebbe portare alla nascita di una soluzione speculare dall’altra parte del campo con un grillismo di sinistra, capitanato dal duo Giuseppe Conte-Roberto Fico, che si contrapporrebbe al duo “2Di”, Di Maio-Di Battista, nello scontro finale per spartirsi le spoglie del fu Movimento Cinque Stelle. Fantapolitica? Forse. Ma anche no.