Il Pd non si piega: si fa liquido

Nicola Zingaretti, prima di portare i vertici del suo partito a “riflettere in convento” nella tranquilla cornice dell’abbazia di San Pastore, per secoli monastero dei monaci cistercensi in provincia di Rieti, annuncia l’intenzione di sciogliere il Partito Democratico subito dopo il voto delle Regionali in Emilia-Romagna e in Calabria per dare vita a un contenitore che sia al passo con i tempi.

Il leader “dem”, alle prese con la teologia sostitutiva della politica, che s’interroga se fare un partito nuovo o nuovo partito sembra quello della pubblicità del pennello Cinghiale. Più che di “tesi” di Lutero e di “Riforma” si respira aria da Concilio di Trento, con tanto di “Controriforma”. Se non fossimo in un momento di totale impazzimento della politica vi sarebbe da dubitare delle sue condizioni mentali. È arduo comprendere come l’elettore del centrosinistra possa mettere in connessione l’eventuale successo, che Zingaretti dà per scontato, di Stefano Bonaccini nella regione emiliano-romagnola e, un minuto dopo a festeggiamenti per la vittoria non ancora terminati, l’annuncio che il Pd chiude bottega e diventa altro. Se una cosa il gioco del calcio ha insegnato a tutti, anche a coloro che tifosi non sono, è che squadra vincente non si cambia. Ora, delle due l’una: o Zingaretti è in possesso di dati riservati che raccontano di una sconfitta certa del candidato del centrosinistra in Emilia-Romagna per cui, prevedendo il terremoto che scaturirà dalla perdita dell’ultima roccaforte ex-comunista, si porta avanti con il lavoro con la liquidazione di una storia partitica miseramente finita, oppure è intenzionato a porre in atto un perfetto suicidio politico. Probabilmente Zingaretti si è lasciato contaminare dalla moda corrente per la quale “liquido è bello”. Madornale errore pensare di rottamare ciò che di solido è rimasto nella tradizione post-comunista, che è poi la struttura capillarmente presente sul territorio, articolata in un’organizzazione gerarchica verticale in grado di recepire le istanze dei ceti rappresentati e rielaborarle in forma di proposta politica organica impegnativa, e non derogabile, per tutta la sua classe dirigente.

Zingaretti, folgorato dal fenomeno mediatico delle Sardine, vuole rivolgersi alle persone e non alla politica organizzata. Come se declinare la forma-partito fosse diventata una bestemmia. Forse anche lui vorrebbe liberarsi dal peso della intermediazione della rappresentanza da parte dei corpi intermedi? Già qualcuno di recente ha provato a cavalcare l’utopia dell’uno-vale-uno: sono stati i grillini. S’è visto com’è finita. Oggi la loro inconsistenza ideale, la loro cultura idroponica fatta di radici di pensiero nutrite superficialmente nell’acqua stagnante dell’opportunismo, ne segna il fallimento. I Cinque Stelle implodono perché il tentativo di governare una società complessa quale quella italiana facendo fulcro su un contenitore liquido qual è il “MoVimento” non ha funzionato. Ne è consapevole Luigi Di Maio che prova a risalire la corrente trasformando i Cinque Stelle in partito tradizionale. Gli elettori di questo tempo storico chiedono alla politica, in primo luogo, coerenza e visione del futuro. Che prospettive di guida della comunità nazionale potrebbe assicurare un soggetto politico che scelga di stare dietro agli impulsi scomposti del mainstream del politicamente corretto rinunciando a costruire un progetto idoneo a rispondere alle domande che il progresso umano prepotentemente pone alle classi dirigenti?

Per un momento ascoltare Zingaretti ci ha riportato alla memoria un’immagine del colossal cinematografico “Il Signore degli anelli”, ispirato all’omonima opera letteraria di J.R.R. Tolkien. L’episodio è quello del popolo degli Elfi che abbandona la Terra di Mezzo per andare a stare in un non-luogo mitico destinato a preservare la diversità della loro natura. La processione rituale degli elfi che abbandonano gli umani potrebbe essere la trasposizione simbolica degli strani esseri della sinistra che decidono di staccarsi in via definitiva dalla difesa dei ceti popolari che hanno storicamente rappresentato per trapiantarsi in un mondo irreale dove le contraddizioni della quotidianità non tangono la pace dei votati comunque all’esercizio egemonico del potere. Anche quando le dinamiche democratiche non li premierebbero.

Fuori di metafora, la sortita di Zingaretti segnala un drammatica presa d’atto della rottura già avvenuta nella realtà tra il partito delle classi lavoratrici e i gruppi sociali, fisicamente individuati, che a quelle classi soccombenti si ascrivono. Il Pd confessa la sua incapacità a difendere gli ultimi, i deboli, a farsi carico della tutela del lavoro e del complesso dei diritti ad esso legati, lasciando campo libero alle forze di destra di coprire il vuoto di rappresentanza creato, e contestualmente decide di farsi liquido, di seguire il flusso della post-modernità che relega la sinistra a occuparsi d’altro che non sia la condizione complessiva delle classi lavoratrici del Paese. Più che un passo avanti sembra una ritirata in ordine sparso. La lotta di classe, sbaragliata dall’avvento della globalizzazione, cede il passo all’ambientalismo di maniera alla Greta Thunberg; i diritti dei lavoratori vanno in soffitta per fare posto al multiculturalismo con il suo portato di politiche pro-immigrazione; alla sepoltura dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori la terra usata per coprire la salma è quella dello Ius soli; l’austerità dei costumi morali dei vecchi capi comunisti finisce al museo delle cere mentre la nuova religione civile diventa la costruzione socio-culturale del gender. Zingaretti scopre, bontà sua, il radicamento del bipolarismo in Italia.

Una condizione tri o multipolare della politica nostrana non è mai esistita, anche quando era in auge la terza via dei Cinque Stelle. Proprio la mancanza di un’appartenenza storica e ideale a una delle grandi famiglie politiche europee ha impedito ai grillini di assumere la dimensione di terzo polo alternativo alla destra e alla sinistra. Oggi Zingaretti propone un nuovo bipolarismo fondato sulla coppia alternativa liquido/solido. Se è questo che vuole la sinistra, come opporsi? Se è il nemico principale a riconoscere alla destra il connotato decisivo della rappresentazione dei valori “solidi” della civiltà occidentale, perché contraddirlo? Miglior contributo alla chiarezza Zingaretti non poteva offrirlo.

Ora, l’importante è che i partiti, e i movimenti, della destra plurale non caschino nella trappola di correre dietro alle acrobazie rotatorie del segretario “dem”. Non è tempo di scimmiottamenti. A fronte della polverizzazione dei grillini potremmo dover assistere a un fenomeno di analogo sfilacciamento della sinistra storica. La destra deve essere consapevole del compito che l’attende, anche sul piano valoriale oltre che su quello del Governo del Paese. Se i nemici politici, in preda al disorientamento, prendono a lanciarsi nel vuoto della post-modernità, quelli di destra devono farsi legare alla ruota di timone per tenere la barca “Italia” in rotta e sopra la linea di galleggiamento.