Davigo e l’appello di fede

Le cose che Piercamillo Davigo ha detto pochi giorni fa, nel corso di una intervista concessa al “Il Fatto Quotidiano”, appartengono al novero di quelle idee delle quali Oscar Wilde diceva: “Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile!”.

E voleva far intendere come sia proprio dell’incredibile – e non del credibile – sollecitare di esser creduto. E così forse Davigo, dicendo cose talmente assurde – per chi goda di una dose minimale di senso del diritto, per la quale basta il buon senso, non occorrendo una laurea in giurisprudenza – da collocarsi subito nel regno dell’incredibile e che appunto per questo chiedono una inesausta credenza, chiede una fede.

E tuttavia Davigo, che chiede una fede, non è certo Dio, che a ragione può chiederla per sé: rimane Davigo. Nonostante ciò Davigo richiede, per farsi credere, una fede a prova di bomba rispetto alla quale quella che il buon Dio chiede ai mortali pare una bazzecola.

Cito qui rapidamente solo alcuni degli articoli di fede da lui elencati non certo per replicare ad uno ad uno come sarebbe possibile e conveniente – sottoponendoli alla fin troppo facile prova di resistenza della ragione – ma soltanto allo scopo di richiamarli alla memoria dei lettori e di sperare di poter indurre Davigo a farsi qualche domanda: e qui occorre davvero sperare “contra spem” .

Innanzitutto, tendenziale abolizione dell’appello, considerato pura perdita di tempo e denaro; abolizione del ricorso per cassazione per vizio di motivazione; abolizione, nei casi residuali di appello, del divieto di riforma in peggio; responsabilità solidale dell’imputato e dell’avvocato nel caso di inammissibilità del ricorso.

Bello, vero?

Un quadro da Stato di polizia che neppure l’epoca stalinista forse aveva saputo offrire. Ecco perché Davigo chiede di esser creduto per fede, ma del tutto contro la ragione, contro ogni ragione.

Basterebbe ricordare che l’appello rimedia per fortuna a moltissime sentenze sbagliate dei Tribunali, riformandole in percentuale superiore al 50 per cento e che una decisione inappellabile aspira a somigliare più ad un giudizio divino che umano; che il vizio di motivazione, per cui si fa ricorso in Cassazione, rappresenta circa il 90 per cento dei casi e che in molti di questi esso viene riconosciuto dalla Corte con susseguente annullamento della sentenza impugnata; che il divieto di riforma in peggio, in appello, opera solo nei casi in cui il pubblico ministero non abbia anche lui proposto appello e che – nei casi in cui non l’abbia fatto ritenendo congrua la pena inflitta – non si capisce proprio a che titolo essa potrebbe essere aumentata a piacere: forse per punire la “tracotanza” di chi appelli? E infine, che mettere sul medesimo piano imputato ed avvocato vuol dire sbarazzarsi della difesa una volta per tutte.

Questi pochi appunti sul piano della semplice ragione però nulla ancora dicono della perla più brillante fra gli argomenti di Davigo, che è la seguente: secondo lui, chi appelli fa il proprio male, in quanto, allontanando nel tempo l’esecuzione della pena, essendo la pena destinata alla propria rieducazione, in realtà impedisce o posterga proprio quell’effetto benefico al quale invece egli dovrebbe festosamente e sollecitamente correre incontro.

Ecco dunque che abolire l’appello – perché secondo Davigo tutti gli appelli o quasi tutti gli appelli sono pretestuosi – va visto nell’interesse dell’imputato e non contro di lui.

Impeccabile logica ! Peccato che non si tratti né di logica e neppure di impeccabilità .

Non si tratta di logica, perché la visione di Davigo è ben oltre lo Stato “etico” – come quello teorizzato da Hegel (anche se letto in modo alquanto forzato) – e suppone addirittura che l’imputato, condannato in primo grado, dovrebbe esser lieto di poter subito correre in galera, senza perdere tempo e denaro in inutili e costosi appelli. Ripeto: siamo ben oltre le esigenze dello Stato etico, siamo oltre ogni possibile Logos: nel regno dell’“a-Logos”, dell’assenza della ragione, anche perché si scambiano gli imputati per i colpevoli.

Non si tratta di impeccabilità perché Davigo ignora completamente, dimostrandosi in perfetta buona fede sordo ad ogni sua esigenza, la dimensione della libertà personale dell’imputato, quella libertà che lo rende davvero un essere umano e che – unico e solo fra gli esseri viventi – rende ogni uomo, lo sappia o no, “imago Dei”.

E il bello è che tali sono anche gli imputati e perfino – chiediamo qui scusa a Davigo per la spiacevole sorpresa che apprenderlo gli causerà – quelli dichiarati colpevoli.

Il vero è allora che Davigo rappresenta un modello umano e antropologico interessante perché molto particolare, supportato nella sua recente elezione al Consiglio Superiore della Magistratura da ben 2522 voti dei suoi colleghi che ne hanno fatto il primo degli eletti, oggi molto ascoltato e seguito: oltre ai suoi numerosi colleghi, suoi allievi appaiono essere peraltro Marco Travaglio e il ministro Alfonso Bonafede.

Lo dico con preoccupazione, con spavento. E, come accennavo, vorrei che egli si facesse alcune domande, senza porsi le quali son convinto che nessun giudice possa esercitare il proprio lavoro con animo moralmente retto e giuridicamente credibile. E son queste, molto note a chiunque, tranne, mi pare a Davigo: la prima è quella che proviene dall’evangelico “non giudicate e non sarete giudicati” predicato da Luca (6, 37); la seconda invece proviene dalla celebre lettera ai Romani di S. Paolo, ove egli afferma che “non c’è nessun giusto, nemmeno uno”.

Chi si ponga davvero e fino in fondo queste domande potrà essere forse legittimato ad esercitare il mestiere di giudice, perché lo eserciterà – come sembra giusto – con “timore e tremore”, sempre temendo l’errore e la consumazione di una ingiustizia. Chi non se le ponga, non sarà invece legittimato semplicemente perché riterrà di essere il solo giusto in mezzo ad un mare di soli colpevoli, autorizzato ad ogni spregiudicatezza processuale per condannarli, privo di qualunque attenzione per i limiti che elementari ragioni di giustizia impongono anche e soprattutto a chi giudica, convinto che sia possibile emanare giudizi infallibili e perfetti…

Si porrà – Davigo – queste domande? Se lo facesse sarebbe un bene non solo per lui, ma per noi.

Che qualcuno glielo dica.