Nave Gregoretti: il giorno del giudizio

Il Senato ha concesso l’autorizzazione, richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania, a processare Matteo Salvini per il ritardato sbarco dei clandestini dalla nave della Guardia Costiera “B. Gregoretti” (CP 920) nel porto di Siracusa, alla fine di luglio dello scorso anno.

Il leader leghista dovrà rispondere ai giudici del reato di sequestro di persona aggravato. E se condannato rischierà fino a 15 anni di carcere. Ci si sarebbe aspettati dai senatori una valutazione ponderata, invece ha prevalso la logica dell’epurazione del nemico politico. Segno che, sebbene il comunismo come sistema di governo applicabile alle democrazie mature sia morto e sepolto, i suoi metodi fondati sull’annientamento fisico e morale del nemico gli sono sopravvissuti. Anche i Cinque Stelle, voltando le spalle all’ex-alleato per vendetta, hanno creduto che la soluzione potesse essere quella di affidare l’avversario che li ha delusi alla magistratura penale usata come braccio secolare della politica. Poveri illusi!

Da questo gioco al massacro si assisterà alla transustanziazione di Salvini da defensor civitatis in martire della cattiva politica. Una sorta di San Sebastiano che offre il corpo fisico alle frecce dei nemici nella consapevolezza dell’imbattibilità del suo messaggio. Salvini che si propone di buon grado alla mutazione in icona eroica che sfida l’arroganza del potere costituito per il popolo, con il popolo e in nome del popolo. Ecco in cosa è consistito il capolavoro di stupidità e miopia politica costruito ieri dai suoi avversari. Ciò nonostante, il dibattito di ieri in Senato è risultato estremamente istruttivo. Gli italiani hanno udito dalla viva voce dei protagonisti quali fossero le argomentazioni messe in campo per sostenere una decisione surreale. Sono bastate cinque ore di dibattito serrato perché tutto si rivelasse sorprendentemente chiaro. L’immagine più potente che resterà della giornata di ieri è quella di un Salvini che punta l’indice contro un Governo desolatamente assente dall’Aula: quelle sedie vuote sotto lo scranno della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati sono state un pugno nello stomaco alla democrazia parlamentare, ma anche la cifra di un Governo impaurito che non osa guardare negli occhi l’avversario.

Salvini si batte con virile vigore. Rivendica, con orgoglio, le decisioni prese da ministro dell’Interno per bloccare i flussi migratori in arrivo dalla Libia come il compimento di un alto dovere verso lo Stato. Non è pentito di nulla, rifarebbe tutto pur di proteggere i patri confini e, con essi, la sicurezza degli italiani. Non solo Salvini ma tutta l’ala destra del Senato giganteggia nel susseguirsi degli interventi degli iscritti a parlare. I Cinque Stelle scompaiono. Al cospetto della grandezza del momento sembrano nani. Intimiditi dalla stringente coerenza dei ragionamenti dei senatori schierati contro la concessione dell’autorizzazione a procedere, tacciono e chi è chiamato a parlare per il gruppo pentastellato fatica a spiegare con argomentazioni da azzeccagarbugli una tesi accusatoria che non sta in piedi. Sotto i colpi dei senatori della destra che hanno picchiato duro a proposito del coinvolgimento del Presidente del Consiglio e di tutta la squadra di ministri grillini che non potevano non sapere, e non condividere, cosa stesse facendo il ministro dell’Interno con gli immigrati, le parole dei pentastellati hanno sfiorato il ridicolo. Il pretesto addotto per giustificare l’opposto comportamento parlamentare nell’analogo caso della nave “Diciotti”, per il quale i Cinque Stelle avevano votato compatti il diniego a processare l’allora ministro dell’Interno e alleato di ferro, è risibile. La differenza tra la volta precedente e la vicenda trattata ieri per i grillini si focalizzerebbe sulla differente tipologia di navi interessate alle due operazioni di recupero degli immigrati. I pentastellati avrebbero cambiato idea a causa delle ridotte dimensioni della Nave Gregoretti non idonea a ospitare i migranti, mancando dei necessari comfort. Al contrario della nave Diciotti, che per caratteristiche costruttive sarebbe abilitata a prendere a bordo un cospicuo numero di persone. Come a dire: Salvini merita di marcire in galera perché la Gregoretti non ha abbastanza cabine e cuccette per tenere a bordo dei civili. Peccato, però, che i capi grillini e l’ineffabile presidente Giuseppe Conte abbiano dimenticato di comunicare tali perplessità all’interessato al tempo in cui si svolgevano i fatti contestati dal Tribunale dei Ministri. Ci sarebbe da ridere se non fosse da piangere.

Riguardo al comportamento in aula della sinistra, comprensiva di Liberi e Uguali, Partito Democratico e Italia Viva, non vi era dubbio alcuno che avrebbero usato, come è prassi consolidata, l’arma giudiziaria per colpire il nemico politico. Il fatto poi che si spaccino per garantisti e sostenitori devoti dello Stato di Diritto è un biasimevole bluff che puntualmente la realtà s’incarica di smascherare. Salvini ha pronunciato un discorso efficace. Anche coraggioso perché si è detto pronto a farsi processare pur di mettere la parola fine alla querelle sulla sua gestione del fenomeno migratorio clandestino verso l’Italia. Tuttavia, la strada intrapresa potrebbe provocare un vulnus democratico. Già, perché come hanno spiegato i senatori della destra intervenuti nel dibattito, in ballo non c’era soltanto la sorte del senatore Salvini ma la difesa del principio della separazione dei Poteri, fattore costitutivo degli Stati costituzionali d’impianto liberale. Il non riconoscere negli atti compiuti dal ministro “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero... il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo” espone l’azione politica al sindacato del potere giudiziario.

Il precedente che viene a determinarsi col caso Salvini spalanca le porte a successivi interventi giudiziari sull’operato dei governanti. Sebbene appaia comprensibile la voglia del leghista di trasformare il processo a suo carico in un “J’accuse” contro gli avversari politici, sarebbe stato più salutare se avesse prevalso sulla volontà dell’uomo di farsi processare, sollecitata dall’insegnamento morale in base al quale: “male non fare, paura non avere”, la responsabilità dello statista per la tenuta democratica del Paese. Lasciare che siano i giudici, e non il popolo sovrano attraverso lo strumento elettorale, a valutare ed eventualmente a sanzionare il merito dell’azione di governo è un’aberrazione in un sistema statuale dove i Poteri dello Stato devono trovare un necessario bilanciamento e definiti ambiti di esclusiva competenza.

Di là da ciò che accadrà processualmente al capo leghista, bisogna riconoscere che in Senato sia stata scritta una pagina pessima di storia parlamentare, solo in parte nobilitata dall’intervento della senatrice-avvocato Giulia Bongiorno. Da lei ci saremmo aspettati una difesa tecnica del leader leghista. Invece, una superlativa Bongiorno ha spiazzato tutti con un discorso di altissimo profilo politico, come non se ne sentivano da anni in Parlamento, focalizzato sulla difesa della democrazia, perseguibile mediante il rispetto assoluto della divisione dei Poteri dello Stato. È stata una lectio magistralis che andrebbe portata nelle scuole per insegnare ai giovani cosa significhi difendere la natura liberale dello Stato.

Dall’andamento del dibattito, i cui esiti erano scontati in partenza visti i numeri della maggioranza, si ricava la consapevolezza, nell’aver toccato con mano la qualità degli interventi dei senatori schierati per respingere la proposta di concessione dell’autorizzazione a procedere, che la destra c’è. È palmare la sensazione che la destra plurale abbia già adesso sul campo una classe dirigente in grado di governare autorevolmente il Paese. Manca soltanto che ne abbia la possibilità.