Meglio divisi che collusi

Non decolla la collaborazione tra maggioranza e opposizione sollecitata dal Presidente della Repubblica per fare fronte comune contro il coronavirus. Ci sono molte ragioni per spiegare le difficoltà che rendono estremamente difficile mettere d’accordo le componenti giallorosse della coalizione governativa ed i partiti dello schieramento di centrodestra. Tra queste molti considerano quasi decisive le scorie personali lasciate dalla rottura del precedente Governo giallo-verde. In pratica l’ostilità reciproca tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, cioè tra il Presidente del Consiglio e il leader dell’opposizione. Ostilità che inserisce nel possibile rapporto tra l’Esecutivo ed il centrodestra quel tanto di sospetto e sfiducia che rende impossibile imbastire qualsiasi discorso unitario su come combattere al meglio la guerra contro la pandemia.

Ma, a dispetto della circostanza che tra Conte e Salvini non corre sicuramente buon sangue e che i due si detestino in maniera irreversibile, non sembra essere l’antipatia personale la causa della mancata collaborazione. In politica, si sa, antipatie e simpatie giocano sicuramente ruoli importanti. Ma, a parte la considerazione che ogni professionista della vita politica dovrebbe saper subordinare i propri sentimenti a questioni di portata più generale, il vero ostacolo ad una azione condivisa appare l’inconciliabilità tra le diverse visioni di fondo dei partiti della maggioranza e dei partiti d’opposizione.

L’accordo tra diversi può essere trovato senza eccessive difficoltà sui provvedimenti diretti a potenziare a sostenere il settore della sanità rivelatosi troppo indebolito non solo dal regionalismo sgangherato, realizzato da una riforma della Costituzione voluta dal centrosinistra non per dare vita ad un dignitoso federalismo ma per blandire la Lega e strapparla all’alleanza con il centrodestra alla vigilia delle elezioni del 2001, ma anche dalla politica del rigore ottuso diventata un obbligo indiscutibile per i governanti nazionali e locali dell’ultimo decennio. Diverso è il caso delle misure che andrebbero varate per impedire che al blocco delle persone si aggiunga il blocco delle attività economiche. È sulla ripresa dopo il coronavirus, in sostanza, che si manifestano idee e visioni totalmente diverse tra maggioranza e opposizione.

La preoccupazione maggiore dello schieramento governativo è di uscire dalla crisi rinforzando e rilanciando il ruolo dello stato burocratico ed assistenziale, cioè il ruolo che si è rivelato essere del tutto incapace di fronteggiare la crisi. Quella dello schieramento di centrodestra è invece di sfruttare le difficoltà del momento non per “rifare gli italiani” (come vorrebbero Pd e M5S), ma per ribadire che non è l’individuo ad essere al servizio dello Stato, ma deve essere lo Stato al servizio dei cittadini.

Non si tratta di una differenza di poco conto. È una divergenza di fondo. In tutto simile a quella che nei governi in cui figuravano democristiani, comunisti,, socialisti, liberali e azionisti dell’immediato dopoguerra lacerava il cosiddetto fronte unitario della forze antifasciste e creò le condizioni per la divisione epocale successiva.

Oggi, come allora, la cultura liberale non si può conciliare con quella dello statalismo di estrazione marxista. Per questo se la collaborazione di oggi comporta la rottura certa tra non molto, è meglio essere chiari in questa fase. In maniera che ciascuno si assuma le proprie responsabilità: chi sostiene lo Stato burocratico assistenziale da una parte, i liberali dall’altra. Senza commistioni di sorta! Meglio divisi che collusi!