Il cartellone di Wilders e quel “Vaffa!” che ci difetta

Non poteva mancare la ciliegina sulla torta della fallita visita del premier Giuseppe Conte all’omologo olandese, Mark Rutte. All’uscita dal Binnenhof all’Aia, dove si è svolto l’incontro tra i due capi di Governo, il premier italiano si è trovato di fronte Geert Wilders, il combattivo leader sovranista olandese del partito della Libertà all’opposizione del Governo Rutte, che agitava un cartello su cui era scritto: “Non un centesimo all’Italia”. Wilders in Europa è alleato della Lega. Al caravanserraglio dei media e della sinistra nostrani non è parso vero di poter scatenare l’ennesimo baccano all’indirizzo del solito Matteo Salvini. L’accusa rivoltagli è pura banalità. Essi in coro intonano la frustra litania: “Ecco chi sono gli amici del leader leghista che vogliono il male dell’Italia”. Una tale vertigine di pensiero serve soltanto a dimostrare che a sinistra, tra i progressisti-filoeuropeisti e presso il carrozzone dei media di regime, non scorra pensiero. La ragione critica è andata in vacanza.

Forse si è dimessa dalle proprie funzioni dopo avere desolatamente constatato che a sforzarsi di perforare la spessa coltre demagogica con cui è foderata la mente dei “buoni”, degli illuminati radical-chic, dei progressisti, si ottiene il medesimo risultato che si ha quando si prova a lavare la testa all’asino: si buttano via acqua, sapone e tempo. Gli amici del giaguaro straniero, nemici giurati dell’interesse nazionale, rimproverano a Salvini la coerenza. Se avessero un minimo di sale in zucca capirebbero che la manifestazione ostile di Wilders è del tutto fisiologica, essendo in linea con il suo essere sovranista. Come altrettanto coerente è per l’olandese aderire in sede comunitaria a una struttura interpartitica rappresentativa di tutti i sovranisti: stanno insieme proprio perché la pensano alla stessa maniera sulla difesa dell’interesse nazionale. Salvini, idem. D’altro canto, nessuno si stupisce nell’ascoltare il “Capitano” sostenere assertivamente “Prima gli italiani”. Lo stupore sarebbe giustificato se il leader leghista si facesse beccare a manifestare con un cartello sul quale fosse scritto: “Prima il Benelux”. La cosa grave della vicenda “Wilders” non è stata la manifestazione di ostilità verso il nostro Paese ma il fatto che accanto al suo cartello non ne fosse comparso un altro con la scritta: “Neanche un euro all’Olanda”.

Già, perché la colpa inemendabile di cui si è resa responsabile la classe dirigente della sinistra, arrogante in patria e debole e accattona all’estero, è di aver dato dell’Italia la falsa e diffamatoria immagine di Paese straccione, bisognoso di aiuto economico perché incapace di affrontare con le proprie forze i momenti di crisi. La narrazione che questi traditori della patria hanno favorito e avallato è stata di un’Italia mutilata dell’autorevolezza propria di un Paese seconda potenza industriale del contenente, che veste i panni della pecora nera della famiglia europea; ladra, corrotta e dissipatrice dei denari altrui, a cui parenti generosi ma stanchi di essere dilapidati hanno trovato la forza di dire basta. Un po’ come accade in quelle famiglie disperate che non ce la fanno più a essere depredate di ogni avere dal figlio tossicodipendente. È vero che ormai viviamo in una realtà rovesciata, dove il bianco è nero e viceversa, ma a tutto c’è un limite. Basta con le menzogne! È grazie ai denari italiani, e a quelli di pochi altri Stati, che è stata tirata su l’Unione europea. Essere da decenni contributori netti del bilancio comunitario non è un dato formale.

È grazie a quel plus residuato tra quanto il nostro Paese ha ricevuto e quanto invece ha versato alla cassa comune se altri Paesi, in particolare dell’Est, sono usciti dalla miseria e sono entrati nel Ventunesimo secolo in pieno benessere. Per sommo sprezzo di verità, oggi gli italiani subiscono la beffa di ascoltare i morti di fame di ieri fare la lezioncina morale sul come stare al mondo. Evidentemente, settantacinque anni di pace nel Continente hanno intorpidito i sensi e la ragione di molti. Purtuttavia, nell’elenco meritorio dei donatori di sangue per la prosperità dell’Europa c’è l’Italia, e non c’è l’Olanda. Il Paese degli zoccoli di legno che qualcuno chiama “frugale” ma che dovrebbe essere appellato “parassita”, alla gara di solidarietà verso i partner più poveri non ha partecipato perché, grazie a un assurdo privilegio accaparratosi in tempi lontani, l’Olanda insieme ad altri Stati del Nord e Centro Europa, guarda caso anch’essi “frugali”, gode dei “rebate”, cioè sconti sui contributi dovuti. Che significa? Che la “rigorosa” Olanda, in forza di un accordo bilaterale con Bruxelles, ottiene dall’Ue la restituzione di buona parte dei denari versati in più rispetto a quelli ricevuti. Già dal bilancio pluriennale comunitario 2000-2006 Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, i quattro “parassiti” che si oppongono al “Recovery fund” nella versione proposta dalla presidente Ursula von der Leyen e Germania, godono di uno sconto di tre quarti dei loro contributi.

Un privilegio inaccettabile che non aveva ragione d’essere prima e a maggior ragione non l’ha oggi. Soltanto Italia e Francia non hanno mai avuto sconti. Allora, dove starebbero le montagne di soldi che le formiche del Nord avrebbero dato alla cicala italiana? Cosa l’Italia avrebbe preso in prestito dai mercati finanziari che non abbia restituito puntualmente ai creditori insieme agli interessi? Siamo l’Italia, mica la Germania che ben conosce il modo per farsi condonare i debiti dai creditori. Riguardo all’Olanda, ad aggravarne la posizione c’è la pratica del dumping fiscale attuata in danno degli Stati partner dell’Ue. Un Paese del genere dovrebbe stare in cima alla lista degli Stati-canaglia per essere un paradiso fiscale al servizio delle grandi concentrazioni capitalistiche, notoriamente allergiche a pagare le tasse a chicchessia.

Se avessimo un vero Governo nazionale e un premier all’altezza la prima mossa da fare in sede europea, a minaccia di bocciatura del bilancio pluriennale 2021/2027, sarebbe di chiedere perentoriamente la revoca di tutti i “rebate” e l’adozione di severe sanzioni per gli Stati che, come l’Olanda, praticano dumping fiscale. Se fossimo, se avessimo. Il dramma è che al momento non siamo e non abbiamo, se non il masochistico gusto a rappresentarci come dei poveri cristi con le pezze alle natiche. In una condizione diversa, con una leadership in grado di ristabilire la verità, senza scadere nella volgarità, il pur simpatico Geert Wilders avrebbe dovuto scegliere un altro posto dove piantare il cartellone.