Perché si può morire per Santa Sofia

Lo scrittore Orhan Pamuk così ha commentato la decisione del Consiglio di Stato turco, che ha annullato il provvedimento col quale, nel 1934, nell’ambito della laicità dello Stato prescritta dalla Costituzione voluta da Mustafa Kemal Atatürk, il monumento venne eretto in museo: “Trasformare (Hagia Sophia, ndr) in una moschea significa dire al resto del mondo: purtroppo non siamo più secolari. Ci sono milioni di turchi secolari come me che stanno piangendo contro questa decisione, ma le loro voci non vengono ascoltate”.

Il regime, di fatto ogni giorno di più autocratico, di Recep Tayyip Erdoğan sta sovvertendo l’ordinamento kemalista, per riconvertire la Turchia in uno Stato islamico; per ricostituire il sultanato sul modello ottomano. I commentatori occidentali minimizzano, la ritengono una manovra per riconquistare fette d’elettorato turco di fede mussulmana. Non è, però, solo questo. Erdoğan guarda soprattutto alle masse islamiche fanatizzate. L’unico ad essersi espresso in modo adeguato è stato il Patriarca di Mosca, sua santità Kirill, che ha parlato di “un attacco a tutta la civiltà cristiana”.

Ciò mentre la Turchia segue una politica precisa di conquista del Mediterraneo: a Cipro dichiara appartenenti alle sue acque territoriali tutti i fondali con giacimenti petroliferi; in Libia, guerreggia contro la Francia, per controllare le risorse energetiche del Paese, nell’assenza di qualunque intervento italiano per tutelare gli interessi dell’Eni.

L’imperialismo turco si manifesta, però, anche in altre aree, come la Somalia, e qui per sostenere i mussulmani contro gli “infedeli”. La decisione su Santa Sofia è fortemente simbolica: una dichiarazione esplicita di sfida alla cristianità come fondamento spirituale della Russia, dell’Europa e dell’America. Mentre in Russia, però, qualcuno lo ha capito, le autorità religiose cattoliche, salvo un lamento tardivo del Papa all’Angelus di domenica scorsa, e protestanti tacciono. Qualcuno pensa solo alla violazione di valori occidentali ed europei meramente secolari ed umanistici, con grande sfoggio di agnosticismo. Anche per i Greci, prima ancora che per i Russi, ad esempio, la Basilica ha un significato speciale, in quanto uno dei più importanti monumenti cristiani ortodossi.

Anche il primo ministro greco, Kyriakos Mītsotakīs, ha condannato la decisione, affermando al riguardo non solo “le relazioni della Turchia con la Grecia, ma anche quelle con l’Unione europea, l’Unesco e la comunità globale”, ma non rileva in modo chiaro la connessione fra principi giuridici e politici e sfera spirituale. Caso tipico è, poi, quello di Josep Borrell, rappresentante agli Affari esteri dell’Unione europea. Egli ha espresso sconcerto e disapprovazione per la sentenza del Consiglio di Stato turco, ma solo in quanto essa rovescia “una delle decisioni più importanti della Turchia moderna”.

Non si combatte solo per interessi materiali. È su questo ateismo concreto che è crollato il comunismo in Europa. Il capirlo, ed il cambiare il proprio atteggiamento verso il sacro, è la grande sfida che oggi deve accattare la tradizione liberale. Non possiamo essere neutrali.