Conte: i migranti, il consenso e la vittoriosa coerenza dei paracarri

Per gli italiani Giuseppe Conte è una sorpresa continua. Dopo averlo conosciuto da volto gentile del qualunquismo grillino incrociato al populismo leghista, ne abbiamo osservato la metamorfosi in mosca cocchiera della sinistra di potere; lo abbiamo ritrovato con il loden montiano a fare il beniamino dei poteri forti a Bruxelles. Oggi si presenta in versione salviniana nella natia provincia foggiana a fare la faccia truce agli immigrati che invadono pressoché indisturbati il suolo patrio. Siamo passati dal Conte I al Conte bis e ritorno. È la personale sliding doors dell’avvocato di Volturara Appula. Conte entra ed esce di scena cambiando abito e copione con una disinvoltura degna di un attore consumato. Perché, questo è il verso drammatico della storia, il premier per caso sta coprendo più parti in commedia. Dopo i mesi di buonismo pseudo-umanitario sulla questione dell’accoglienza degli immigrati, condizione obbligata per farsi accettare dalla sinistra e, nel contempo, per far dimenticare l’intelligenza con l’odiato nemico leghista ai tempi del Conte I, il “ragazzo con la valigia” scopre che l’incapacità a fronteggiare l’arrivo in massa di clandestini mette a rischio non solo la sicurezza ma anche la salute degli italiani.

E allora cambia registro. Così dalla Puglia lancia il suo proclama di lotta dura e inflessibile agli sbarchi incontrollati. Conte conciona come il leader leghista. “Noi dobbiamo contrastare i traffici e l’incremento dei gruppi criminali che alimentano questi traffici illeciti. E dobbiamo intensificare i rimpatri”. È una folgorazione sulla via di Tunisi? È un ravvedimento operoso del politico che si è accorto di aver preso la strada sbagliata sulla questione migratoria? Niente di così nobile. Soltanto meschino, opportunistico tornaconto elettorale, che poi coincide con l’interesse personale. Conte ha compreso bene, o comunque qualcuno glielo ha spiegato, che continuando a ignorare il problema degli sbarchi incontrollati avrebbe servito su un piatto d’argento alla destra plurale la vittoria elettorale alle ormai prossime regionali. Giacché è astuto, “Peppino” Conte è pienamente consapevole del fatto che in caso di una sonora sconfitta del centrosinistra, sebbene subita in elezioni locali, la prima testa a saltare sarebbe la sua. Un risultato netto a favore del trio Matteo Salvini-Giorgia Meloni-Silvio Berlusconi renderebbe assai critica la posizione del Governo. Anche l’ostinazione del Quirinale a tenere in piedi un Esecutivo privato del consenso della maggioranza del Paese subirebbe uno scossone. Ciò, tuttavia, non si tradurrebbe in un certo ritorno alle urne ma verosimilmente imporrebbe la ricerca di nuove maggioranze che, a priori, escluderebbero la possibilità che possa essere lui, il mutante pugliese, a guidare per la terza volta un Governo sostenuto da una diversa coalizione di forze partitiche. Da qui la decisione di cambiare d’abito per mettersi a fare il duro con gli immigrati. Se la cosa non fosse drammatica sarebbe semplicemente ridicola.

Questo signor nessuno che guida l’Italia da due anni ha sublimato la categoria concettuale dell’incoerenza nell’esercizio della funzione pubblica. Ma com’è possibile fare strame in modo tanto smaccato delle idee, dei valori, dei principi? Com’è possibile non avere spina dorsale? D’accordo che in politica il fine possa giustificare il mezzo, ma a noi sembra che si stia esagerando. E poi, oggi Conte fa il duro perché gli conviene, e domani? Scavallate le elezioni di settembre quale versione di premier dovremo aspettarci? Si tornerà al Conte buonista, disposto a riaprire il dossier sullo ius soli e a cancellare i Decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini, per accontentare gli amici multiculturalisti e cattocomunisti? E il Conte che finora è piaciuto tanto alle gerarchie ecclesiastiche come farà a mostrargli il volto intransigente dell’intolleranza? Ha chiesto ai suoi sponsor in Vaticano una dispensa speciale per fingere di fare il Salvini per qualche settimana? D’altro canto, di cosa stupirsi? Anche Oltretevere conoscono le opere del Niccolò Machiavelli, soprattutto dalle parti del Borgo Santo Spirito, dove ha sede la Casa generalizia della Compagnia di Gesù.

Ma non è stata soltanto la preoccupazione per l’avanzata della destra a spingere il premier alla giravolta. L’inquilino di Palazzo Chigi sente il fiato sul collo del suo più pericoloso avversario interno: quel Luigi Di Maio che, fiutando l’aria che tira, è stato il primo della compagine governativa a irrigidirsi sulla questione migratoria. Il titolare della Farnesina ha bruciato i colleghi sul tempo nella corsa a mostrare i muscoli ai clandestini in arrivo sulle nostre coste. E non solo. Ha minacciato le autorità tunisine di chiudere il rubinetto dei finanziamenti se non avessero provveduto a bloccare le partenze dai loro porti. Conte teme Luigi Di Maio, perciò non può consentirgli di mettere mano alla matassa migratoria. Così sono scattate le sliding doors a Palazzo Chigi. Ma c’è un ma. Si continua a fare i conti senza l’oste. Dove nei panni dell’oste c’è il popolo italiano. Davvero credono questi mediocri politici di poter trattare i connazionali alla stregua di ingenui baluba? Davvero pensano che siano tanto creduloni da bersi la favoletta del Conte-pugno-di-ferro? Anche questo ennesimo tentativo di ingannare l’intelligenza delle persone gli si ritorcerà contro.

Accadrà banalmente che la gente, ascoltando la sua intemerata anti-clandestini: “Non possiamo tollerare che si entri in Italia in modo irregolare, tanto più non possiamo tollerare che in questo momento in cui la comunità nazionale intera ha fatto tantissimi sacrifici questi risultati siano vanificati da migranti che tentano di sfuggire alla sorveglianza sanitaria”, si domanderà del perché, essendo lui a conoscenza di tutte queste belle cose, non si sia mosso prima a fermare l’ondata in arrivo, ma abbia atteso che la situazione giungesse sull’orlo dell’esplosione della rabbia popolare. Conte sarà anche il Leopoldo Fregoli dei trasformisti in politica, me se la gente non sa a chi dei tanti personaggi interpretati sta dando il voto, cosa fa? Si rivolge a quello che, buono o cattivo, simpatico o antipatico che sia, resta graniticamente fedele a se stesso. Come un paracarro.