Il governo, la linea Maginot e la Lega

La Prima guerra mondiale, con la sola eccezione della riuscita battaglia di sfondamento di Vittorio Veneto, fu essenzialmente una guerra statica, di usura, di trincea. E questo produsse una mentalità conservatrice in molti Stati maggiori e soprattutto in quello francese, che, ritenendo che mitragliatrici e cannoni a tiro rapido avessero reso impossibili le cariche di cavalleria e non avendo ben compreso l’uso dei carri armati in loro sostituzione, immaginò un’enorme trincea fortificata e armata, al cui riparo respingere gli attacchi tedeschi, fino a quando gli effetti del blocco economico non avessero indebolito la Germania sino alla resa, nella possibile nuova guerra che si temeva. Nacque così la linea Maginot.

Fu un’incredibile (e costosissima) opera di ingegneria, lungo tutta la frontiera franco-tedesca sorse, su più linee di difesa, una gigantesca serie di forti e casematte armate con cannoni su torrette idrauliche, collegate da centinaia di chilometri di gallerie sotterranee percorse da treni elettrici, con caserme, depositi di munizioni, di materiali, di viveri e, in guerra, una guarnigione permanente di centinaia e centinaia di migliaia di soldati francesi. Fu un miracolo della tecnica, ma anche il più tragico degli errori, tale da predeterminare la futura sconfitta della Francia. E vediamo perché. Se tra due potenze comparabili, una immobilizza gran parte di investimenti, armamenti e uomini distribuendoli in una lunga linea e l’altra li tiene invece quasi tutti in una massa mobile, la seconda potrà scegliere quando e dove attaccare, concentrando lì tutti gli sforzi e ottenendo in quel punto una superiorità schiacciante. 

A un milione di soldati francesi disseminati e statici, chiusi in un sistema di bunker lungo centinaia di chilometri, poteva corrispondere un milione di motorizzati soldati tedeschi rapidamente concentrabili tutti in un solo settore, con conseguente inevitabile sfondamento. A parte la riuscita opera di diversione di fingere di aggirare a nord la Maginot, per attirare le truppe mobili franco-inglesi in Belgio, per poi dividerle penetrando più a sud nelle Ardenne, la Maginot venne sfondata in più punti, superando e lasciando sul posto il grosso della sua grande guarnigione e, mentre i tedeschi arrivavano a Parigi, cuore della Francia, determinandone lo sconfitta, i soldati della Maginot erano ancora là, fermi, inutili e inutilizzati. Perché lo scopo di una guerra, anche se sempre bestiale e crudele, non è uccidere quanti più nemici è possibile, ma disorganizzare l’avversario e vincere. Anche in politica. Anche in politica la disorganizzazione dell’avversario, la crisi del suo assetto di potere, la divisione dei suoi alleati, sono fattori essenziali, per ottenere i quali però occorre uscire dalle trincee, praticare una politica di movimento e fare emergere le linee di frattura della coalizione avversaria, isolandone la componente principale.

Se la forza delle idee e la chiarezza dei programmi sono fondamentali per raggiungere e galvanizzare il proprio elettorato, occorre però, una volta fissato bene un chiaro e netto profilo, utilizzare questa forza, non lasciarla ferma negli accampamenti in semplice attesa di momenti migliori che potrebbero non venire mai e soprattutto senza lasciare l’iniziativa, la scelta del momento, all’avversario. La Lega, perché è di questo che stiamo parlando, non ha raggiunto la posizione di primo partito del Paese soltanto in virtù della chiarezza dell’evoluzione (grazie a Salvini) in partito nazionale posto a difesa delle libertà dei cittadini, delle loro tradizioni e del loro voler restare individui, ma anche per aver saputo, dopo le elezioni, fare coalizione impedendola nel contempo all’avversario. A partire da quel momento, la Lega di Salvini, oltre a sterilizzare -rendendola irrilevante- la forza del Pd, prese un grande vantaggio di visibilità anche sui suoi alleati, perché unica forza di governo del centrodestra.  

Se è vero, come è probabilmente vero, che alla lunga la Lega, esaurita l’azione di successo di contrasto ai clandestini, avrebbe visto la sua immagine deteriorarsi per la pratica impossibilità di governare coi 5 stelle data la loro indisponibilità ad ogni efficace politica industriale, per cui si può dire che, almeno in prospettiva, non fu un vero errore far cadere il governo, tuttavia non si può ignorare che una crisi a quattro anni dalla scadenza naturale della legislatura, non può risolversi semplicemente nell’attesa di nuove elezioni, lasciando al (pur pessimo) protagonismo del nuovo governo tutto lo spazio. Gli elettori non vogliono dare solo un voto chiaro, ma anche utile e, in questa democrazia psicologica, come è ormai tutto l’occidente, anche rapidamente utile. E allora la Lega deve uscire dalle trincee e riprendere una politica di movimento per provare a far cadere il governo, perché è il governo, col controllo dell’apparato dello stato, a dare reale forza a due partiti come Pd e 5 Stelle che, per proprio conto, sarebbero molto deboli, senza dar loro invece il tempo di recuperare energie e indebolire, con l’uso spregiudicato di quello stesso apparato, quelle del centrodestra. Per far ciò, con successo, occorrono quattro cose :  la prima, mantenere una fortissima compattezza, molto più necessaria nella manovra politica che non nell’attesa e allora nessuno deve far sorgere il minimo dubbio su due sole cose essenziali, la Lega come partito dell’Italia tutta e la Lega come partito della Libertà.

La seconda, rendersi conto che non esistono avversari permanenti da combattere sempre, ma solo principi permanenti da difendere sempre, perché alla lunga tutte le conventio ad escludendum cadono, a meno che non sia tu il primo ad applicarle. La terza, osservare attentamente le linee di divisione dello schieramento avversario e cercare di allargarle, e cioè vedere chi ha delle remore sullo stato di emergenza e sul suo vulnus per la democrazia, chi vuole una politica di sviluppo e non il puro assistenzialismo, chi crede alla giustizia imparziale e non al giustizialismo, chi sta di là ma non si sente di estrema sinistra (e penso ai centristi e ai sindacati moderati, ai renziani e ai radicali, a Calenda e ai pentastellati eterodossi, ma anche ai cattolici democratici e ai socialisti che ancora resistono, in un Pd che sembra quasi in piena regressione comunista) e a tutti costoro mandare chiari segnali di disponibilità al dialogo  anche dimenticando certe loro ciniche furbizie e senza mai chiudersi a riccio.  

La quarta, fare i conti a muso franco, ma con disponibilità, con i poteri reali che esistono, come l’Europa, la grande industria o la presidenza della repubblica, come un partito di maggioranza relativa non può esimersi dal fare perché è il suo ruolo a costringerlo a ciò. Se sapremo farlo renderemo molto più facile il passaggio da una Lega di maggioranza virtuale ad una di maggioranza reale, elettorale e, oltre a ciò, renderemo più vicino quel cambio di governo che è ormai indispensabile ed urgente per arrestare una gravissima pandemia economica che il governo attuale non sa né può arrestare. Vi è poi qualcosa di ancora più grave, che deve spingere a porre in atto ogni possibile strategia per far cadere presto questo governo e cioè la serie di veri e propri attentati alla democrazia costituzionale, malamente giustificati dal virus, che sta ponendo in atto, mettendo in una quarantena, illegittima nella forma e totalitaria nell’estensione, la libertà personale di tutti. Non dimentichiamolo mai e agiamo di conseguenza. 

Che sia poi subito il leader della nostra Lega e del centro-destra Salvini o, per un breve frattempo con questo Parlamento, una figura consolare a incarnare la svolta, resta che la svolta è necessaria per non arrivare a governare in futuro su di un cumulo di macerie economiche ed etiche. La Lega è piena di uomini e donne rappresentativi e di valore, ma soprattutto costituisce una grande riserva di energia morale, largamente intatta e priva di logore derivazioni ideologiche, che può e deve essere messa al servizio non solo del centro-destra, ma della Nazione, anche se questo può comportare la rinuncia a connotazioni radicali o di splendido isolamento, facili e gratificanti, ma che non servono al Paese. 

Dobbiamo provare a farlo con convinzione e perseveranza, fino al limite dell’impossibilità, perché, se questo non fosse davvero proprio possibile, se l’ignavia della sinistra moderata si dimostrasse complicità e se l’attuale maggioranza, ascoltando le sue voci più illiberali, continuasse sulla via drammatica di un lockdown che sta stravolgendo il nostro sistema costituzionale trasformandolo in un regime (e contemporaneamente mostrando molta “comprensione” per la trasformazione in organi fortemente politicizzati di settori della magistratura)  allora, per chi non è d’accordo, ricordando Thoreau e il suo esempio, resterebbe solo la strada della disobbedienza civile di massa, da percorrere pericolosamente, costi quello che costi, anche a livello personale, fino ad una campagna elettorale che sarebbe devastante, perché tra nemici dichiarati. E dunque la ricerca di un compromesso che salvi anzitutto la democrazia, dalla deriva di un governo che sembra averne smarrito (o non conoscerne proprio) le regole e le motivazioni di fondo, non può non essere la soluzione preferibile. 

Anche e non ultimo, per l’economia. Comunque, che cosa sia la Lega di Salvini, nonostante la pesante disinformazione oligopolistica, gli italiani l’hanno per fortuna capito e tutti noi cercheremo di difendere la Libertà e fare comunque il nostro dovere, così come ci sarà indicato. Se dovremo aspettare aspetteremo, se dovremo combattere combatteremo, ma, almeno per quello che sta in noi, usciamo dalle trincee e confrontiamoci. Con tutti. Liberali non si nasce, si diventa.