Zingaretti: o proporzionale o morte (del Conte bis)

Per Nicola Zingaretti la priorità in Italia è la riforma della legge elettorale. La cosa ha dell’assurdo. C’è un Paese che sta ballando sulla tolda del Titanic mentre è alle viste l’iceberg della catastrofe economica e il segretario del Partito Democratico non trova migliore argomento che preoccuparsi delle formule elettorali. Dal suo punto di vista non ha tutti i torti. Un anno fa, pur di riprendere il potere, strinse un patto col diavolo pentastellato. In cambio dell’ingresso al Governo, i dem appoggiarono la riforma costituzionale del taglio dei parlamentari fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle e giunta all’ultimo giro di boa parlamentare. Che si trattasse di un errore catastrofico lo stesso Zingaretti non poteva non esserne consapevole. Tanto vero che, per attenuare l’impatto negativo di una riforma inutile, in linea soltanto con le esigenze di carattere demagogico proprie del qualunquismo grillino, il leader piddino pretese dai nuovi alleati un impegno solenne a modificare la legge elettorale in senso proporzionale. La motivazione della richiesta, avanzata a scopo precauzionale, era comprensibile.

Con la riduzione dei parlamentari in caso di ritorno anticipato alle urne, vigente il meccanismo elettorale introdotto con il Rosatellum, la sinistra avrebbe corso il rischio di perdere buona parte dagli scranni parlamentari attualmente occupati consentendo alla destra, favorita in tutti o quasi i collegi dell’uninominale, di costituire un’ampia maggioranza parlamentare, sufficiente a garantire al Paese un Governo di legislatura. Nella visione del segretario dem, con il ritorno al proporzionale, il panorama politico avrebbe dovuto passare dall’attuale stato liquido della prassi trasformista a quello gassoso dell’ingovernabilità permanente e il Parlamento riconvertirsi, nel segno di una malintesa interpretazione della democrazia parlamentare, in una sorta di suq nel quale comprare e vendere voti sarebbe divenuta la regola. Che è poi la tattica che tiene al governo il Pd da dieci anni senza che mai abbia vinto un’elezione. Addio, dunque, a trent’anni di fede ulivista nel maggioritario. I grillini hanno opportunisticamente sposato l’idea zingarettiana.

Faceva comodo anche a loro un meccanismo-paracadute per assicurarsi la sopravvivenza in politica una volta abbandonata l’utopia dell’autosufficienza e verificato nelle urne delle europee la fine del feeling con l’elettorato. Ma al momento delle strette di mano tra i nuovi partner Matteo Renzi non c’era. Benché fosse stato l’ispiratore del ribaltone anti-salviniano, agli occhi dell’opinione pubblica si atteggiava a fare il “Cincinnato”. Non si era ancora messo in proprio con la nuova bottega di Italia Viva. Ora, però, che il voto referendario si avvicina Zingaretti scalpita e pretende che si arrivi prima del 20 settembre a votare per il proporzionale almeno in un ramo del Parlamento. Ma Renzi si è messo di traverso. Lui, e i suoi, un proporzionale che preveda una soglia di sbarramento del 5 per cento non lo votano. Non è questione di lucro ma di sopravvivenza politica. Il disimpegno renziano ha spinto i dirigenti dem sull’orlo di una crisi di nervi, se è vero che, per forzare la mano agli alleati, dal Pd si levano dubbi sul sostenere il “Si” al referendum confermativo della legge sul taglio dei parlamentari nel caso non venisse prima avviata la riforma elettorale in senso proporzionale. Zingaretti si è ficcato in un pasticcio. L’ultima speranza che gli resta sta in un insperato soccorso da Forza Italia che potrebbe assicurare i numeri parlamentari per l’approvazione del progetto di riforma rendendo superflui quelli della pattuglia renziana.

Per l’ennesima volta tocca di tenere il fiato sospeso aspettando di vedere cosa farà il partito di Silvio Berlusconi. La fotografia che restituisce il Movimento azzurro non è rassicurante. Nonostante i sondaggi diano Forza Italia in crescita, la realtà racconta tutt’altra storia. Giungono notizie di un fuggi-fuggi dei quadri intermedi. Si tratta di notabili locali e di capibastone che storicamente sono stati lo zoccolo duro elettorale della formazione berlusconiana. Lo scorso 1° agosto, sull’Huffington Post, Alessandro De Angelis ha tracciato un quadro perfetto di ciò che sta accadendo in Forza Italia-Campania in vista delle regionali. Ex caldoriani, ex cosentiniani, mastelliani in servizio permanente effettivo, forzisti della prima ora si stanno trasferendo in massa nel campo del Governatore uscente e ricandidato, Vincenzo De Luca. Ne sono talmente tanti, e dai robusti appetiti, che lo stesso governatore-sceriffo ha dovuto dichiarare il sold out per bloccare altri arrivi indesiderati. Non che in termini di qualità per Forza Italia la perdita di tale varia umanità sia un male. Al contrario, potrebbe essere un bene sbarazzarsi di un apparato clientelare vetero-democristiano che non ha certo giovato alla credibilità di Silvio Berlusconi come liberale e innovatore.

Tuttavia, la diaspora non aiuterà sul fronte della resa elettorale. Le anticaglie portano via oltre ai souvenir anche i pacchetti di voti. Se tale è la realtà in periferia non è che le cose al centro vadano meglio. All’interno di Forza Italia si muove una corrente carsica che punta alla rottura dell’alleanza con le altre componenti della destra. Le dichiarazioni rilasciate da Renato Brunetta lo scorso 3 agosto a “Il Fogliospiazzano e preoccupano. Non solo per la conversione al proporzionale che rappresenta il tradimento di una storia politica fondata sul maggioritario e sul bipolarismo, della quale Forza Italia è stata l’incarnazione, ma per la motivazione data a sostegno della giravolta. Afferma Brunetta: “Lo dico senza alcun pudore, e anzi rivendico l’iniziativa. Sì, bisogna aprire ufficialmente un dibattito che, dentro al partito, prosegue in maniera carsica già da tempo, e vede buona parte dei gruppi parlamentari attratti da un proporzionale più o meno corretto. Il proporzionale, oggi, serve proprio a tutelare quella storia e quei valori, perché solo il proporzionale può fornire a Forza Italia un’assicurazione sulla vita... se chi dovrebbe essere il leader e il federatore del centrodestra, e cioè Matteo Salvini, punta invece a fare solo il capo della Lega, egemonizzando con modi liquidatori la coalizione, cannibalizzando i nostri gruppi parlamentari e i nostri amministratori, noi dobbiamo difenderci. E difendendoci, difendiamo anche l’identità liberale e riformista del centrodestra da chi lo vorrebbe colonizzare con le sue teorie sovraniste e anti-euro, da chi in Europa vorrebbe allontanarci dal Ppe per portarci insieme agli estremisti di destra a votare contro Ursula von der Leyen”.

Praticamente, una dichiarazione di guerra agli alleati a meno di 60 giorni dalle urne regionali. Ora, Brunetta è libero di pensarla come vuole ma deve assumersi la responsabilità per un’uscita che punta a minare il processo di consolidamento della coalizione della destra plurale nel momento in cui potrebbe essere alle porte una vittoria elettorale per troppo tempo rincorsa, talvolta sfiorata ma mai realmente conseguita perché non accompagnata da un’effettiva presa del potere.

Il vecchio leone di Arcore ha fama di essere uomo generoso ma questa volta rifletta bene prima di optare per la “variante Brunetta” dimostrandosi prodigo con quei nemici che l’hanno odiato dal primo giorno che ha messo piede in politica. E gliele hanno combinate di tutti i colori. Berlusconi ha avuto il merito storico di sdoganare la destra in Italia. Ma la destra ha dato tanto a Berlusconi, restandogli fedele e riconoscendolo come leader anche nei momenti più bui. È giunto il tempo che il feeling lungo più di un quarto di secolo venga riconosciuto da entrambe le parti per ciò che è diventato: un comune destino, indissolubile. E chi invece pensa di combinarsi con la sinistra, facendosi forte dei voti presi a destra, faccia la cosa giusta: vada per la propria strada.