La politica post-Covid

Per una valutazione complessiva della attuale fase politica, ovvero post-Covid, vale la pena ricapitolare alcuni effetti del virus della pandemia sul quadro dei partiti per giungere, se non a conclusioni, ad alcune riflessioni sulla stato attuale delle cose. Anche con alcuni dati degli ultimi sondaggi (vedi La Stampa) che denotano una grande stanchezza dell’elettorato nei confronti di tutti i partiti, Lega fra i primi. C’è stato, come era inevitabile, un prima Covid e un post-Covid.

Dire che il virus abbia infettato un movimento numeroso, diffuso e ben radicato (specie nelle terre di origine) come la Lega sembra più un wishful thinking che una verità storica. Il fatto è, tuttavia, che proprio con la globalità del Covid anche un partito come quello di un Matteo Salvini sovranista e nazionalista è costretto a fare i conti e a misurare la dose di populismo con la nuova realtà internazionale ed europea riflettendo, nel frattempo, sia sulle promesse e gli slogan elettorali, sia sull’alleanza di centrodestra di cui la Lega è bensì il primo partito ma, al tempo stesso, quello da cui gli alleati a volte prendono le distanze identitarie e gli stessi interna corporis non sembrano del tutto immobili, sia, infine, sul che fare.

Se è vero che, secondo l’antica massima latina, nomina sunt consequentia rerum, lo switch definitivo della Lega Nord in Lega Nazionale per Salvini premier non poteva non sollecitare rumors interni, ben sapendo che il progetto nasce per consolidare lo stesso Salvini alla guida del centrodestra, ma proprio in quanto tale destinato a ridestare le rimostranze dei superstiti puri e duri nel Lombardo-Veneto legati alle parole d’ordine del bossismo nordico e autonomista.

Al di là delle voci di “distanziamento politico” con Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti che comunque non paiono delle bufale, come le ha liquidate Matteo Salvini, resta il fatto che il leader leghista sta attraversando un periodo difficile sia per il processo votato dal Senato sia per la situazione di Attilio Fontana governatore della Lombardia, sia nel contesto nel quale stanno mutando nel loro opposto le qualità del Salvini politico con la sua marcia a ritmo spedito, dando spallate alle resistenze governative, minacciando elezioni anticipate. Lo stop ai suoi entusiasmi non è di certo l’inizio della fine di un leader, come non pochi vanno proclamando, ma segnalano la crisi di una politica che si è svolta in piena solitudine nel suo partito, a parte gli stretti devoti e che ha portato la medesima solitudine come una sorta di fai-da-te in un’alleanza che, pur futura vincente, è tale solo in special televisivi del tipo Sorrisi e Canzoni, e, comunque, nominativamente per i percorsi diversi della triade fra cui una Giorgia Meloni abile a differenziarsi, senza rotture e in funzione di una crescita costante e lo stesso Silvio Berlusconi, non più in discesa di consensi, costantemente teso a sfuggire all’abbraccio soffocante di Salvini.

Certo, il cavallo di battaglia del salvinismo, cosiddetto di lotta e di governo (nel quale si vede fin d’ora Premier e lo annuncia ignorando che dirlo porta iella) resta l’immigrazione, i cui problemi sono sempre di attualità, sia pure con la ministra Luciana Lamorgese, non a caso ex prefetto, cui non è ignota la regola del law and order.

Sta di fatto, comunque, che il Covid ha cambiato non solo noi stessi, ma la storia e la politica tant’è vero che termini come sovranismo sembrano appartenere ad un prima mentre il dopo è già iniziato.