Pd-M5s: il Festival delle facce di bronzo

Dopo una sostanziale indifferenza mediatica, rotta talvolta dalle consuete grida populiste e demagogiche, a proposito di taglio dei seggi parlamentari e referendum – voluti assolutamente dal Movimento 5 Stelle e sottoscritti dal Partito Democratico – si legge da qualche parte a proposito dei “giovani turchi. Alcuni big di base riformista, tra cui si dice ci sia anche un sindaco di primo piano di una grande città del centro Italia. Cresce, e a vista d’occhio, il fronte del ‘No’ al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, dentro il Pd”.

Una scelta, a dire il vero, abbastanza tardiva, ma drastica e su cui si allinea la richiesta della libertà di coscienza cui hanno aderito altre firme famose della gauche come Macaluso, Asor Rosa, Tronti ecc., segnalando altresì che “senza una legge proporzionale elettorale è un dovere dire ‘No’ al referendum” chiarendo, inoltre, che il taglio dei seggi e relativo referendum confermativo provocano un vulnus alla nostra Costituzione, “snaturandola”. Meglio tardi che mai, intendiamoci. Ma Nicola Zingaretti?

Il silenzio di Zingaretti su questa svolta è a dir poco assordante e ritrae come in un’ennesima istantanea le debolezze e le contraddizioni di un leader che ha accettato ad occhi chiusi tutti o quasi i “sine qua non” di un M5s che nella totale e volgare (il “vaffa”) ignoranza politico-istituzionale ha spacciato per riforme un miscuglio di idee strampalate e inapplicabili in qualsiasi sistema democratico e, proprio per queste finalità distruttive, imposte ad un Pd cui andava bene tutto pur di impedire a Matteo Salvini di andare al governo. E da allora è stato un diluvio di decreti e di referendum.

Diciamocelo: cambiare idea non è in sé condannabile purché il cambiamento non sia, detto alla latina “in peius”. Solo che, sia nel caso del Pd che (soprattutto) del M5s, il cambiare idea non è mai seguito da una qualche seppur sottovoce richiesta di scuse, ma, anzi, la nuova decisione – esattamente contraria alla precedente offerta in tonitruanti campagne elettorali – viene assunta col sovrano distacco di colui che l’ha fatta propria da sempre. Da veri professionisti del festival di cui sopra.

Esemplari, in questo senso, i diversi e opposti comportamenti di un autentico maestro del changing come Luigi Di Maio che, catapultato alla Farnesina dopo un recente incontro fraterno con i gilet gialli francesi dove esortava ad uscire dalla Ue, è diventato il più convinto e pugnace (a parole) assertore dell’unità europea. Qualcuno ironizza su uno speciale festival: delle facce di bronzo.

Non è da meno, come propugnatore, sempre in campagna elettorale, del pacifismo più sfrenato, Roberto Fico, catapultato pure lui alla presidenza della Camera dei deputati, da dove ha continuato la sua lotta moralizzatrice contro gli sprechi, nel caso gli obbrobriosi vitalizi agli ex parlamentari vantando e sbandierando un risparmio di una quarantina di milioni. Lo stesso Fico, tuttavia, e sempre dall’alto scranno, nei giorni scorsi è stato completamente d’accordo sulle nostre missioni militari, delle quali, ovviamente prima, aveva chiesto la soppressione in nome della pace nel mondo. Missioni indispensabili, va pur detto. Missioni, come l’ultima, con un costo la cui cifra l’Italia aveva toccato il massimo col Governo Monti, ora però superato, alla grande, con i 1.155 milioni del 2020. Fico consenziente.

E ci fermiamo qui, per carità di patria. Il festival delle facce di bronzo continua.