Cina garante dei diritti umani nel mondo

L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha nuovamente eletto la Cina tra i 47 Paesi che andranno a comporre per tre anni il Consiglio dei Diritti Umani, organo sussidiario della stessa assemblea deputato ad osservare e difendere i diritti umani nel mondo. Nell’ambita corsa, contando sull’appoggio di numerosi Stati africani ed asiatici, ha superato per un punto l’Arabia Saudita anch’essa candidata al massimo consesso di garanzia dei supremi diritti di cui in passato hanno fatto parte anche il Venezuela di Nicolàs Maduro e l’Eritrea governata dal 1993 da Isaias Afewerki.

Giusto per ricordare, i diritti umani oggetto di monitoraggio da parte del Consiglio sono quelli universalmente riconosciuti dalla famosa Dichiarazione del 1948 fra i quali spiccano il diritto alla vita, la proibizione della tortura e dei trattamenti disumani o degradanti, la proibizione della schiavitù e del lavoro forzato, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà di espressione, la libertà di riunione e di associazione, la proibizione di differenze di trattamento fondate sul sesso, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione e sulle opinioni politiche. In molti ogni anno lamentano che ormai l’organismo sia poco più che una farsa ma solo il pragmatico Donald Trump ha avuto il coraggio di abbandonarlo, dopo che ha constatato che negli anni Israele è stato condannato 68 volte, 20 volte la Siria, 9 la Corea del Nord, 6 l’Iran e mai Venezuela, Arabia Saudita o Cina. Gli Stati Uniti prima di abbandonare, inoltre, avevano chiesto che i membri del Consiglio fossero ridotti a 30 e che l’elezione dovesse avvenire a maggioranza qualificata dell’Assemblea generale (2/3 degli stati presenti e votanti) e non assoluta (la metà più 1). La proposta avrebbe forse evitato che a rappresentare il pianeta nello speciale ambito fossero Paesi che poco hanno a che fare con il rispetto dei diritti sopra elencati, dal trattamento delle donne a quello dei non musulmani, dalla violazione della libertà religiosa alla negazione della libertà di espressione, dallo sfruttamento disumano dei migranti per lavoro al trattamento riservato agli omosessuali.

In merito sarebbe utile conoscere il parere autorevole di Amnesty International e non solo di un singolo presidente additato, anche per questo, come autore di politiche internazionali alquanto estrose. Il lettore disorientato continua a sperare che gli organismi delle Nazioni Unite facciano del loro meglio pur con gli strumenti poco deterrenti di cui sono dotati e che, perlomeno, prendano atto delle ripetute violazioni. Portare la Cina, ad esempio, ad abbandonare effettivamente pene e trattamenti disumani è un’impresa difficilissima in cui entrano in gioco molti e diversi fattori. Si spera che Ginevra non cessi di far sentire la voce, pur con il colpevole in casa.

In merito ha infatti dichiarato Louis Charbonneau, direttore di Human Rights Watch per l’Onu che l’elezione “di alcuni Paesi immeritevoli non impedirà comunque al Consiglio di far luce sugli abusi e di parlare per le vittime. Anzi, essendo nel consiglio, questi molestatori saranno direttamente sotto i riflettori”. Molti sono i Governi che ritengono di non aver bisogno di ricevere lezioni da parte di meccanismi internazionali, di cui peraltro fanno parte. Il confronto a livello internazionale sulla base di standard giuridici che permette di meglio evidenziare insufficienze o carenze comunque rimane il minimo sindacale ottenuto. Resta evidente che gli attuali organismi vanno migliorati, ma quanti altri coraggiosi Trump esistono e sono disposti a mettersi contro le opinioni mondiali pur di raggiungere l’obiettivo?