Quei sovranisti brutti e cattivi

Avere le proprie convinzioni è cosa quanto mai apprezzabile. Falsificare i fatti per avvalorare le proprie tesi è da invasati. La distorsione del momento riguarda i sovranisti e il veto che questi ultimi hanno posto al bilancio europeo. Il sillogismo in chiave nostrana che si vuole utilizzare a fini propagandistici è il seguente: i sovranisti europei bloccano il bilancio, mettono in pericolo l’arrivo del Recovery fund in Italia e quindi i sovranisti italiani sono amici di soggetti che ci remano contro. A parte i legittimi dubbi che qualcuno – noi compresi – nutre in merito all’efficacia di uno strumento che aggiunge altro debito al nostro già ciclopico debito pubblico, quella che circola in queste ore è una mezza verità deformata ad arte per fini beceri.

I cosiddetti sovranisti europei, Viktor Mihály Orbán in testa, non pongono il veto sul bilancio dell’Unione europea. Essi si oppongono alle ideologiche clausole di accesso al programma Recovery incentrate sullo “Stato di diritto” ovvero sul rispetto di precisi vincoli di tipo “etico” (leggi accoglienza immigrati) da parte di chi vuole accedere al fondo salva-Stati. Orbán (e non solo lui) considera insopportabile il ricatto di pretendere di utilizzare la leva economica per imporre un modello progressista di accoglienza dei migranti a nazioni che hanno una posizione intransigente sulla gestione del fenomeno migratorio. Indipendentemente da cosa ognuno di noi pensi sul tema dell’accoglienza, sembra quantomeno singolare vincolare uno strumento finanziario a variabili diverse da quelle di tipo economico. Se invece andassimo a vederle queste variabili di tipo economico, scopriremmo che l’Italia è in clamoroso ritardo sui progetti da inviare alla Commissione propedeutici all’ottenimento dei finanziamenti.

In altre parole, in Europa hanno compreso che i soliti italiani hanno iniziato la solita melina sulle riforme e sulle cose da fare. Ergo, tengono chiusi i cordoni della borsa. Inutile quindi accusare i fascisti brutti e cattivi i quali, forse, questa volta hanno anche ragione. I “requisiti etici” per l’accesso ai finanziamenti sono infatti una pratica che sa tanto di coercizione. Non c’è da stupirsi quindi della reazione.