Lega e Forza Italia: una tempesta in un bicchiere d’acqua

La lite tra Lega e Forza Italia segna il crepuscolo della coalizione della destra plurale? Ragazzi, calma e gesso. Certo, assistere alle schermaglie tra i due partiti per un possibile soccorso di Forza Italia all’attuale maggioranza non è un bel vedere. Ma da qui a dare per scontata un’operazione salvataggio di Giuseppe Conte e compagni predisposta da Silvio Berlusconi in danno agli alleati, ne corre. E poi, a quale scopo lo farebbe il vecchio leone di Arcore? Per l’aiutino dato a Mediaset nella battaglia contro Vivendi con l’emendamento anti-scalate inserito nel decreto Covid? L’ipotesi è suggestiva, ma non regge. Troppo poco in cambio di un sacrificio tanto grande qual è la scelta di sradicare un partito dalla sua area di appartenenza, rinnegando una storia personale e collettiva lunga più di un quarto di secolo. E solo per tirare fuori dai guai un premier decotto? Che poi quel soccorso azzurro neanche lo vuole perché teme che possa essere il preludio della messa da requiem per la sua giubilazione. Giuseppe Conte è autoreferenziale, diffida degli alleati, non recepisce i segnali che con sempre maggiore frequenza gli arrivano dal Quirinale sulla necessità di cambiare rotta, si ostina ad atteggiarsi a unto del Signore. La maggioranza degli italiani di lui non ne può più. Basta guardare la curva dell’indice di fiducia nel premier: è in caduta libera. Secondo i dati forniti da Euromedia Research, in aprile il gradimento superava la soglia del 50 per cento; in questi giorni lo stesso dato è sceso al 38 per cento, con un trend al ribasso. Alla base della perdita di fiducia degli italiani in Conte c’è l’impreparazione dimostrata da lui e dal suo team a gestire le emergenze, sanitaria ed economica. Allora perché a sinistra sembrano pazzi per Berlusconi? Sono stati gli strateghi del Partito Democratico, Goffredo Bettini ascoltatissimo consigliere del segretario Nicola Zingaretti in testa, e l’autorità assoluta in fatto di congiure di palazzo, Matteo Renzi, ad aver suggerito un piano per separare la componente centrista dal resto della coalizione della destra plurale. Una sorta di Nazareno bis immaginato per emarginare Lega e Fratelli d’Italia. E anche un modo facile per scaricare su qualcun altro una quota ampia di responsabilità per l’insoddisfacente performance governativa del centrosinistra.

Ma di cosa si preoccupa Matteo Salvini? Le contromisure attivate per scoraggiare l’alleato forzista dall’intraprendere soluzioni avventuriste sono apparse francamente eccessive. Il fatto che il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, abbia depositato la pregiudiziale di costituzionalità sull’articolo 4bis del decreto Covid, quello che contiene il cosiddetto emendamento salva-Mediaset dalle mire predatorie della francese Vivendi di Vincent Bolloré; l’ufficializzazione del passaggio alla Lega di tre deputati forzisti, in particolare della fedelissima di Silvio Berlusconi, Laura Ravetto; le congratulazioni sopra le righe di Matteo Salvini al procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, per l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso del presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini, di Forza Italia, sono stati comportamenti interpretati da Silvio Berlusconi alla stregua di una dichiarazione di guerra. La sensazione è che a destra si stia perdendo lucidità e che ciò si ripercuota sulla capacità di mettere a fuoco il quadro complessivo della scena politica. Può darsi che Berlusconi sia stato sollecitato da una parte della sua corte a rompere con la destra sovranista e a tentare la strada dell’intesa con il centrosinistra. Tuttavia, non è detto che ciò che appare possibile si verifichi. Il vecchio leone di Arcore è consapevole che un altro distanziamento dal proprio blocco sociale di riferimento, che non vuole alcuna commistione con la sinistra, dopo la parentesi catastrofica del Patto del Nazareno, possa avere una pesante ricaduta sul consenso elettorale. E visto che i sondaggi stimano Forza Italia a una percentuale non distante dalla soglia del 5 per cento che, con ogni probabilità, sarà quella fissata per l’accesso in Parlamento dalla riforma della legge elettorale allo studio della maggioranza, Berlusconi non può rischiare che intraprendendo una navigazione in solitaria al centro possa venire sconfitto ed espunto dal panorama politico nella prossima legislatura. Inoltre, c’è in ballo la scelta dei candidati per le Comunali in primavera. Si tratta di elezioni decisive per scardinare lo strapotere della sinistra nelle grandi città. Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna, Trieste andranno al voto e Berlusconi sa che si può vincere solo se si è in coalizione con chi oggi a destra fa il pieno di voti. È auspicabile che né lui né altri del suo partito vogliano fare il bis delle Comunali capitoline del 2016, quando la dispersione dei voti del centrodestra su due candidati diversi spalancò la porta della vittoria alla grillina Virginia Raggi e Forza Italia, che sosteneva la candidatura a sindaco di Alfio Marchini in contrapposizione a quella di Giorgia Meloni, raccolse come lista il 4,27 per cento e un sol consigliere eletto. Berlusconi è un leone ma ha la memoria di un elefante e certi scivoloni se li ricorda bene. È improbabile che voglia ricascarci, perciò si terrà ben stretti i due virgulti sovranisti Matteo Salvini e Giorgia Meloni anche se, sul piano personale, fatica a sintonizzarsi con loro.

E poi i conti non si fanno senza l’oste, soprattutto se l’oste è il Cinque Stelle. Un’intesa di governo del centrosinistra con Forza Italia avrebbe come immediata conseguenza la scissione all’interno del Movimento pentastellato, che è già in crisi di suo. I grillini non si fidano di loro stessi. L’osservato speciale è Luigi Di Maio al quale si dà credito di una straordinaria spregiudicatezza quando sono in gioco interessi di potere e posizione personale. Ma lo stesso premier Giuseppe Conte, se ricevesse da Berlusconi la garanzia per un Conte ter a Palazzo Chigi, non avrebbe alcun problema a improvvisarsi amico del giaguaro. È per sfiducia nella tenuta morale dei loro dirigenti “governisti” che l’ala ortodossa dei Cinque Stelle ha aperto un fuoco di sbarramento contro Forza Italia. In quale altro modo interpretare l’aggressione miserabile alla memoria di Jole Santelli da parte di quella nullità che è il senatore Nicola Morra? Qualcuno è davvero tanto ingenuo da pensare che il grillino che recita goffamente la parte del Seneca morale abbia detto cose orribili per sbaglio? Ma l’elemento che taglierà la testa al toro della querelle sull’ipotizzata collocazione di Forza Italia nell’area di governo riguarda l’indisponibilità della maggioranza a fare proprie alcune proposte forziste sulla modifica alla legge di Bilancio. Per bloccare l’emorragia di consensi, nel caso di rottura della storica alleanza a destra, Berlusconi dovrebbe presentare al suo popolo un clamoroso risultato dal negoziato con il centrosinistra quale, ad esempio, l’introduzione in finanziaria del “semestre bianco” fiscale per sostenere la ripresa economica delle imprese. Ma un provvedimento no-Tax negherebbe in radice la filosofia di governo di tutta la sinistra. Un’idea del genere grillini e Partito Democratico mai l’accetterebbero. Ragione per la quale il dialogo su intese innaturali durerà, come si suole dire a Napoli, “da Natale a Santo Stefano”. Salvini si tranquillizzi. E piuttosto che accapigliarsi sul sesso degli angeli, tutti e tre i leader della destra plurale farebbero cosa migliore ad applicarsi alla costruzione di un convincente programma di governo, alternativo al non-programma demo-penta-renziano. Perché ciò che chiede l’opinione pubblica è un’offerta politica a tre “C”: competenza, coerenza, concretezza. Sono articoli che mancano dagli scaffali della sinistra. Ma è merce che si trova nella bottega della destra plurale?