Federarsi a destra, è il momento giusto?

Matteo Salvini vuole federare le forze della destra plurale. Meriterebbe un alleluia. Già, perché il solo fatto di averne parlato è encomiabile. Si tratta di una proposta di lungo respiro che restituisce ossigeno alla politica. Tuttavia, i buoni propositi da soli non bastano. Perché si trasformino in passaggi destinati a rimettere in cammino la storia occorre che le intenzioni siano sostenute da un progetto organico. Non è sufficiente dire: federiamoci. Bisogna proporre regole comuni, disegnare architetture organizzative, condividere scelte di fondo, smussare spigolosità caratteriali, provocare afflati corali, instaurare alleanze esterne coerenti, riconoscersi in culture comuni per innescare un processo al termine del quale si possa convintamente esclamare: siamo una cosa sola. Al momento, di tutto ciò a destra non v’è nulla se non il dato significativo della collaudata consuetudine del centrodestra ad amministrare insieme, con una certa dose di successo, Amministrazioni locali e alcuni governi regionali. Vi si potrebbe aggiungere la recente dichiarazione del leader leghista di voler virare in direzione della Rivoluzione liberale. Però, una cosa è dichiararlo, un’altra è farlo. L’occasione per gettare le basi di un progetto federativo Salvini l’ebbe due anni orsono, all’indomani delle politiche del 2018 che consegnarono alla Lega la palma di primo partito dell’allora centrodestra. Ma ha ragione Ugo Magri che, dalle colonne dell’Huffington Post, contesta al capo leghista di avervi rinunciato comportandosi: “Più che da federatore...da federale con il fez e l’orbace”.

Essere leader di un insieme composito di forze partitiche, che hanno strutture ramificate sul territorio; che sono correnti di pensiero politico, storie collettive ed esperienze personali, non è cosa semplice. Il federatore deve essere generoso con gli associati e non pensare di poter fare l’asso-pigliatutto. Occorre che si rechi valore aggiunto non solo a se stessi ma anche agli altri sodali, nella sincera convinzione che la crescita dell’uno conferisca forza e vigore all’insieme. D’altro canto, è un’evidenza empirica che la somma di più debolezze non dia come risultato una forza. Tuttavia, che Salvini in questi due anni non abbia tentato il salto di qualità non preclude la possibilità che cominci da ora a cimentarsi su un piano più alto e prospettico dell’azione politica. Di certo, il momento storico non è dei migliori per iniziare una navigazione d’altura. La pandemia ha portato alla luce alcune perversioni del capitalismo e dell’individualismo – utilizzando le parole di Noreena Hertz, economista e saggista britannica, autrice del libro “The lonely Century: How Isolation Imperils Our Futureche hanno innescato una perniciosa perdita del senso di comunità e del desiderio di aggregazione a vantaggio di una pulsione centrata sull’isolamento dell’individuo, chiamato dalla società, nel tempo storico della modernità liquida, esclusivamente all’adempimento dei suoi doveri di consumatore. L’Uomo nuovo, plasmato da decenni di politiche utilitariste che hanno posto l'interesse personale al di sopra del bene collettivo, all’alba del Terzo millennio si è perso nei labirinti della solitudine, tra le angosce dei lockdown, i falsi miti della tecnologia surrogatoria delle relazioni interpersonali e gli esili forzati dello smart-working.

Dopo lo spaesamento esistenziale adesso costui rischia la perdita di empatia – quella che noi anticaglie del Novecento chiamavamo “passione” – con i corpi intermedi in generale, e con i partiti politici in particolare. Rimotivare la propria gente per convincerla ad imbarcarsi in un grande progetto federativo non sarà una passeggiata neanche per un capo carismatico del calibro del “Capitano”. Figurarsi poi essere riconosciuto leader unico da quel popolo, di destra, che finora non si è fidato di lui ma ha preferito rimanere negli antichi solchi del liberalismo europeista e del conservatorismo patriottico, stabilmente presidiati da Forza Italia e da Fratelli d’Italia, erede pretermesso dal testamento politico di Alleanza Nazionale. Non basterà una firma apposta a un telegenico contratto con gli elettori per guadagnare il consenso di chi fino ad oggi è stato per Silvio Berlusconi o per Giorgia Meloni. Il federatore dovrà rispondere con schiettezza a domande del tipo: si sta con l’Europa o con chi l’Europa unita la vuole demolire? Nelle relazioni internazionali, si sta con gli Stati Uniti o con Vladimir Putin? I prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) destinati all’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, li si prende o li si rifiuta? E sull’architettura istituzionale, si spinge per il regionalismo, si accelera sull’autonomismo locale, si va al federalismo tout court delle macro-aree di Gianfranco Miglio, oppure si torna alla centralità dello Stato? E gli asset industriali strategici, li si offre al mercato o li si lascia alla mano pubblica? Sulla giustizia, si è garantisti fino in fondo o lo si è a parole salvo a spellarsi le mani ogniqualvolta un procuratore della Repubblica sbatta in galera un improbabile colpevole? E dovrà farlo non imponendo il proprio punto di vista, ma rispettando l’esito di una sintesi unitaria tra posizioni distinte, quando non divergenti.

Ci riuscirà? La condivisione di un progetto politico non è un soufflé ma un processo che ha un inizio e, caratteristica che condivide con i soufflé, non prevede un finale positivo certo. Il fatto però che non si possa conoscere prima come vada non vuol dire rinunciare a provarci. Quindi, bene Salvini che lancia la sfida perché, contrariamente a quanto si pensi, la politica è anche ossimoro, è arte dell’impossibile. Comprensibile che i primi interlocutori, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, abbiano risposto in modo scettico o freddo alla dichiarazione d’intenti dell’alleato. Non è la prima volta che a destra si tenti la strada irta d’insidie della riduzione del frazionismo partitico a un comun denominatore di campo politico, nell’ottica del bipolarismo virtuoso. C’è il precedente del Popolo delle Libertà che negli auspici del suo ideatore e promotore, il vecchio leone di Arcore, avrebbe dovuto essere una casa comune; qualcuno ha provato a minarla dall’interno con il pretesto, ingeneroso, che fosse stata trasformata dal suo padre-padrone in una caserma, poi è finito che, per mano dei suoi invertebrati epigoni, sia diventata un casino. In quella circostanza fu chiaro a tutti che le fusioni fredde, sintetizzate dall’alto, verticistiche, non funzionano mentre hanno speranza di esito favorevole quelle costruite sulla convergenza sentimentale e motivazionale dal basso, dalla base degli elettorati, dei militanti e dei quadri minori e intermedi dei singoli partiti. Rivivere la stagione del Popolo delle Libertà, sebbene nella versione riveduta e corretta dalla variabile sovranista, significherebbe ripeterne gli errori. E non crediamo che il déjà vu faccia piacere a nessuno. E non pensiamo lo desideri lo stesso Salvini. Resta, tuttavia, un gran bel sogno giungere un giorno ad avere una destra che parli una sola lingua. Il suggerimento non richiesto che diamo al “Capitano”, di natali meneghini, visti i tempi di tenebra nei quali siamo immersi, è lo stesso che il manzoniano Gran Cancelliere di Milano, Antonio Ferrer, ne I promessi Sposi (capitolo XIII) rivolge al cocchiere nel mentre la carrozza taglia la folla in tumulto per la carestia seguita alla peste: “Pedro, adelante con juicio”.