Beppe Grillo e la stanza del figlio

Sulla presumibilmente triste vicenda di Ciro Grillo e dei suoi amici “figli di papà” che in una notte di mezza estate si lasciarono forse andare ad alcool, delirio di onnipotenza e persino prepotente violenza sessuale su due innocue ragazze di buona famiglia di origine straniera in quel di Sardegna, tra una villa a Cala di Volpe e una notte al Billionaire, si potrebbe fare un film, di quelli in cui è autorità riconosciuta il Nanni Moretti nazionale. Potrebbe chiamarsi persino in maniera analoga a un film effettivamente già girato e uscito nei cinema ai bei tempi in cui ci si recava. Fu un indiscusso successo: “La stanza del figlio”. Solo che in questo caso non si tratterebbe di narrare il pellegrinaggio di un padre a caccia di ricordi strazianti nella cameretta del figlio scomparso prematuramente, bensì quello di un altro genitore che si dovrebbe domandare dove e in cosa potrebbe avere sbagliato nell’educare un figlio, se poi si è andato a cacciare in una vicenda così squallida. Un pellegrinaggio altrettanto drammatico, seppure non tragico.

Ma Beppe Grillo, che ha sollevato un’intera generazione di giovani, molti dei quali coetanei di Ciro, al grido di “onestà, onestà” e di invocazioni di “in galera!” dirette a politici e imprenditori di preminente interesse nazionale, in questo caso ha preferito il silenzio. Auspicandosi, forse, che la sudditanza psicologica di buona parte della magistratura alle sue sirene e al movimento – poi partito – da lui fondato potesse, magari, metterci una pezza. E di certo una siffatta eventuale implicita aspettativa in parte non è andata delusa, visto che Ciro Grillo e i suoi tre presunti complici accusati di un reato che è considerato come il marchio di infamia, totale e definitivo, per qualsivoglia essere umano – vedere da ultimo la vicenda di Andrea Genovese – hanno aspettato da liberi la fine delle indagini preliminari. Senza neanche un giorno di quella dura galera che Grillo, Casaleggio (senior, Gianroberto soprattutto... ma anche junior, Davide) e tutti i seguaci della setta che si è fatta partito invocano per tutti gli altri esseri mortali.

Cosa dunque Grillo padre potrebbe cercare nella stanza del figlio Ciro? Non di certo altre prove della sua colpevolezza o del suo stile di vita comune a tanti giovani pur senza arrivare allo stupro di gruppo. Non sarebbe, per ipotesi, un eventuale ritrovamento di un po’ di erba dimenticata in un cassetto (e neanche di cocaina) a fare la differenza. Non in una situazione imbarazzante come questa. Mentre Pedro Almodóvar nel proprio film indimenticabile “Che ho fatto io per meritare tutto questo?” rappresenta l’ironia paradossale di un modo di vivere, Grillo, che già fu praticamente impunito a suo tempo quando provocò un incidente mortale automobilistico per essersi comportato in maniera non responsabile, sconta oggi una nemesi. Lui forse sa cosa ha fatto per meritarsi tutto questo. Le sue colpe, umane, morali e politiche, mai ammesse e mai nemmeno ipotizzate dai suoi seguaci, per pura coincidenza freudiana, se non junghiana, sono riaffiorate nei presunti comportamenti del figlio. Che inconsciamente può avere assorbito proprio dal padre quel deleterio senso di onnipotenza. Ma che va ritenuto innocente, come tutti, fino a passaggio in giudicato di sentenza contraria. D’altronde, in Italia se uno è amico del partito delle procure fino a promuoverne l’idolatria, tanto da incarnare detto partito in un movimento pseudo rivoluzionario, con la grancassa di un bel po’ di media, alcuni dei quali arrivano alla mistificazione grottesca della realtà della giustizia italiana pur di mantenere il punto sull’antipolitica, può ben avere qualche ragione a sentirsi intoccabile.

Rimane l’analisi della coscienza e forse la vergogna. Ma quella devono provarla solo altri reprobi: quelli autorizzati a fungere, loro malgrado, da capri espiatori dal sistema mediatico imperante. Da Luca Palamara a Silvio Berlusconi, da Matteo Salvini al vertice di Autostrade. E se di ricchi stupratori si deve parlare, è logico che l’attenzione vada su Genovese piuttosto che sulla prole del massimo imprenditore politico d’Italia. Un giorno, quando qualcuno studierà la storia e non più la cronaca di questo triste periodo di pandemia, paraculismo generale e prepotenza corporativa – specie da parte di parecchi magistrati da prima pagina e da parte dei giornalisti, che quelle servili prime pagine confezionano – proverà probabilmente un moto di disgusto. E la storia non verrà insegnata come oggi la cronaca giudiziaria viene fatta digerire agli italiani.