La cecità del governo oltre la manovra

La manovra di bilancio per il 2021 licenziata dal Governo in questi giorni è sconsolante. Lo dico con rassegnazione, quasi con mestizia, ma con grande preoccupazione. Il futuro di centinaia di migliaia di imprese, di persone alla ricerca della dignità perduta, di milioni di lavoratori, professionisti, giovani e famiglie è appeso ad un filo, e il Governo cosa fa? Propone una manovra da 40 miliardi – a debito – senza visione e senza anima, priva di strategia per la rinascita del Paese, infarcita di misure inutili a questo scopo e che non accorceranno neppure di un metro il faticoso cammino della ripresa.

Il suo cuore sono i bonus, comunque denominati e ovunque nascosti o camuffati. Si va dal bonus monopattino, a quello biciclette, dal bonus facciate a quello veicoli, dal bonus ristrutturazione a quello elettrodomestici, dal bonus aree verdi al bonus bebè, a quello per le imprese creative. E poi, ancora, è previsto il bonus per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, quello per l’imprenditoria femminile, il bonus mobili e il sempiterno bonus dei 100 euro. È rifinanziato, aumentandone il budget complessivo di oltre 4 miliardi, il reddito di cittadinanza, si aggiungono l’assegno universale per la famiglia, l’assegno di natalità, finanziamenti a pioggia per il Sud, assunzioni di dipendenti pubblici per Campania, Sicilia, Puglia, Calabria. Si istituisce l’Istituto italiano di cybersicurezza per promuovere e accrescere la sicurezza informatica, si finanziano i rinnovi contrattuali dei dipendenti dello Stato, si istituiscono il Fondo per il sostegno delle filiere agricole e il Fondo per la chimica verde e la mobilità elettrica.

Certo, in bilancio sono inseriti anche interventi sacrosanti, come quelli sulla sanità, sui settori danneggiati dalla pandemia o sull’occupazione giovanile. E sta bene anche riconoscere che nel mezzo del più drammatico tornante della storia il Governo voglia intervenire con sussidi mirati e aiuti immediati. Ciò che è inaccettabile è un’altra cosa: è l’assenza di qualsiasi piano di investimenti ordinato alla ripartenza, parallelo al debito e ai bonus. Questo è il vero buco nero, tanto oscuro da dimostrare la cecità politica del Governo e delle forze che lo sorreggono.

La politica economica di un Paese, specie in situazioni emergenziali, si regge sugli investimenti in opere e capitale umano, su riforme strutturali della spesa e delle entrate, su riforme del sistema di mercato, del lavoro e della produzione, su riforme di sistema dell’istruzione e della ricerca. Si regge, insomma, su una “visione Paese” in grado di portare il Paese stesso ad essere qualcosa di ulteriore e diverso, capace di disegnarne la fisionomia industriale e produttiva per i prossimi vent’anni, di dare alla spesa pubblica una finalità che sappia guardare oltre l’emergenza e che sappia creare anzitutto nuova occupazione e un minimo di nuova ricchezza.

Di questo, purtroppo, non c’è traccia. È una trama politica tutta incentrata sulla spesa corrente, che passa e va, per l’appunto. In fondo, è la trama politica dei keynesiani de’ noantri, del “chiagni e fotti”, della spesa pubblica in salsa casereccia.

La cosa paradossale, allora, non è neppure il debito che la legge di bilancio aggiunge a quello già enorme contratto in questi anni e in questi mesi, ma è la cecaggine politica che la stessa legge manifesta di fronte alla drammaticità delle prospettive.

È di questa cecità che dobbiamo avere paura, perché è contagiosa, proprio come una malattia. Lo scrisse qualche anno fa il premio Nobel José Saramago in un romanzo quasi profetico, dove parlò di un’epidemia che rendeva cieca un’intera popolazione: “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

(*) agiovannini.it