Governo Conte: il pelo e la trave

Ieri, la maggioranza ha incassato il voto parlamentare favorevole della destra plurale compatta allo scostamento di bilancio per il 2020 di “5 miliardi di euro in termini di saldo netto da finanziare e di 8 miliardi in termini sia di fabbisogno sia di indebitamento netto”. Tanto basta per asserire che il clima politico sia cambiato? Nessuno si faccia illusioni. Perché non dovrebbe essere il pelo della mossa tattica dell’opposizione ad attrarre l’attenzione di una pur esausta opinione pubblica, ma la trave che questo Governo sta maneggiando lontano dai radar dei media, i quali – a loro disdoro –non sembrano affatto dispiaciuti di volgere lo sguardo altrove. La partita della vita è quella dell’utilizzo dei fondi europei del programma straordinario Next Generation Eu: 209 miliardi di euro da spendere nella programmazione pluriennale dell’Unione europea 2021-2027, sempre che vengano superati i veti e le resistenze di alcuni Paesi membri Ue. È di questo che parliamo quando tocca di vedere all’opera Giuseppe Conte e la sua compagnia di ministri che neppure sono stati in grado di procurare agli studenti i banchi con le rotelle promessi. Il premier fa esercizio di fede sulle capacità proprie e dei suoi sodali e respinge come fake news le notizie filtrate dall’interno dei palazzi governativi che lo danno in affanno sul rispetto dei tempi, fissati da Bruxelles, di presentazione dei progetti finanziabili. Sia vero o no, non lo sappiamo. Ciò che invece sappiamo è che, in materia di impiego delle risorse comunitarie, i precedenti non sono incoraggianti. Secondo i dati, aggiornati al 30 settembre 2020, del sito Opencoesione sulla programmazione 2014-2020, dei fondi strutturali Ue (Sie), l’Italia avrebbe utilizzato solo il 29 per cento della quota assegnatale. Nella graduatoria per spesa certificata il nostro Paese è quartultimo (17 per cento), a pari merito con la Repubblica Slovacca. Se il buongiorno si vede dal mattino, come si può credere che il Governo Conte, quello dei banchi a rotelle perduti nello spazio siderale, sia in grado d’impegnare il 70 per cento dei 209 miliardi di euro del Next Generation Eu entro il 2023, come prevedono gli accordi presi in sede europea? Mistero della fede.

Si dirà: sono già cantierabili i 577 progetti presentati alla valutazione del Comitato interministeriale per gli Affari europei (Ciae) che ha il compito di redigere il piano dettagliato dell’utilizzo delle risorse del Next Generation Eu. Peccato che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) non ci sia. In compenso, ci sono le linee guida per scrivere il Pnrr: un elenco di buoni propositi e di corretti metodi di lavoro che, tuttavia, potrebbero rimanere tali sulla carta, ma non incrociare mai la realtà. Abbiamo notizia di una riunione del Comitato tecnico di valutazione tenutasi lo scorso 2 novembre. Null’altro. Eppure, Giuseppe Conte si dice certo che all’inizio del 2021 tutto sarà pronto per partire con la fase esecutiva. E, shakespearianamente parlando, Conte è uomo d’onore. Non è forse che tanta sicumera poggi sulla furbesca idea di presentare a Bruxelles, per dimostrare il dinamismo del Governo, buona parte di quei progetti “incagliati” che giacciono da anni nei cassetti dei ministeri? Questa volta, però, l’Unione terrà gli occhi aperti con Roma. Non basterà, com’è accaduto in passato, mettere in piedi una “cartiera” che sforni quantità industriali di documenti formalmente in ordine ma emessi a fronte del nulla. La Commissione europea intende verificare non soltanto se i denari saranno stati spesi ma anche se i progetti finanziati avranno colpito i target fissati.

È dunque lecito domandare: i progetti che il Governo intende candidare avranno gli impatti previsti sul tasso di occupazione e sul rilancio dello sviluppo economico? Il sospetto è che nella pentola del Governo sia in cottura un piano d’investimenti obsoleti, non rispondenti alle esigenze reali del territorio e di modernizzazione dell’apparato produttivo nazionale. Sarebbe un catastrofico errore non comprendere l’unicità della condizione che viene offerta al nostro Paese da una disponibilità finanziaria di tali dimensioni. Per comprenderne l’ordine di grandezza il raffronto può essere fatto con il mitico Piano Marshall (1948-1951) mediante il quale gli Stati Uniti aiutarono l’Europa a risollevarsi dopo il Secondo conflitto mondiale. Il Piano americano, per il nostro Paese, aveva una dotazione di 1,2 miliardi di dollari, che al valore corrente corrispondono a 12,5 miliardi di dollari. Al cambio, sono all’incirca 11,25 miliardi euro. Roberto Carpano, nell’articolo “L’esperienza della precedente programmazione europea ha insegnato qualcosa?”, apparso sulla rivista Limes, cita un passo del libro “Il Piano Marshall e l’Italia” di Francesca Fauri. L’autrice sostiene a ragione che: “Il Piano Marshall costituì di fatto la precondizione del miracolo economico…ma ebbe anche un ruolo rilevante nel diffondere una più moderna mentalità imprenditoriale e nell’incentivare l’integrazione europea”. Avrà il Next Generation Eu il medesimo effetto balsamico sulla nostra democrazia? Condividiamo la preoccupazione di Carpano per come potrebbe essere sprecata una cascata di danaro (209 miliardi di euro) 18 volte più ampia di quella del Piano Marshall. E cosa invece si potrebbe fare di buono se si considerano le differenti condizioni di partenza del Paese rispetto al passato. Nel 1948 c’era un’Italia rasa al suolo da ricostruire dalle fondamenta. Oggi, sebbene vi siano enormi difficoltà e arretratezze, il Paese è una potenza industriale, seconda manifattura in Europa dopo la Germania. Tale considerazione rinvia a un problema che è più grande di quello connesso al ritardo nella progettazione degli interventi finanziabili. Esso riguarda la filosofia che ispira gli investimenti. Quale futuro il Governo Conte sta disegnando per il Paese? Dubitiamo seriamente che questa maggioranza abbia una visione compatibile con le aspettative degli italiani.

Il Governo Conte dovrebbe pregiudizialmente rispondere ad almeno quattro quesiti, puntualmente elencati da Alessandro Barbano nell’articolo sull’Huffington Post “Italia e Recovery plan che non c’è. Il rischio di diventare incurabili”: come si fa ad aumentare la produttività; come si riducono le diseguaglianze; come si risolve il conflitto tra pubblico e privato; come si spezza la resistenza corporativa di ampie parti della società. Concordiamo con Barbano: finora il premier ha fatto il gioco delle tre carte. Ma per quanto ancora potrà fare affidamento sull’astuzia dell’azzeccagarbugli per sfuggire all’accusa di torsione autocratica che tiene in stallo il sistema democratico e blocca il processo di ricambio della classe di governo del Paese? I fondi europei del Next Generation Eu non sono un affare privato di un accrocco di potere; non sono il bancomat della propaganda partitica; non sono l’albero della cuccagna dello sperpero di denaro pubblico; non sono una tavola imbandita alla quale ammettere il partito che si sfila dal blocco dell’opposizione per avergli sventolato sotto il naso un osso, come si fa con un cane affamato. Le decisioni prese da qui in avanti condizioneranno la vita degli italiani per decenni; caricheranno sulle spalle delle future generazioni un debito pesantissimo da ripagare; legheranno le mani a qualsiasi altro Governo prenderà il posto dell’attuale esecutivo, negandogli il diritto di realizzare una propria politica economica e sociale. Mai nella storia dell’Italia unita il Paese ha dovuto iscrivere sul proprio destino un’ipoteca tanto onerosa. Troppo per una maggioranza che, per non andare sotto in Senato, deve sperare nel soccorso dell’opposizione o, se vuole fare da sola, deve portare a votare in Aula i senatori a vita, anche con la barella se necessario. Se tutto ciò a voi sembra normale, per noi non lo è.