Se la politica italiana ha bisogno di leader

La politica non è una playstation, dove basta premere un tasto per ottenere ciò che si desidera. Non possiede tasti che basta schiacciare, per andare indietro o avanti. La politica non funziona così. Ci vuole qualcuno e qualcosa che la conosca e che la faccia funzionare. Si chiama leadership. La leadership si potrebbe giustamente definire una necessità, addirittura un obbligo, in modo particolare nella “polis” che presuppone bensì la democratica e libera partecipazione nelle scelte, ma ha bisogno di colui o coloro che traducano le scelte in decisioni e in fatti. In mancanza di tali requisiti non solo le decisioni ritardano, ma dei fatti concreti l’attesa è vana, riempita da infinite discussioni su argomenti che già gli antichi ma sempre attuali pensatori liberali liquidavano come “sesso degli angeli”.

La brutale aggressione e la durata del Covid al corpo sociale del Paese hanno imposto gli obblighi di scelte rapide ma sempre con uno sguardo lungo e di decisioni immediate ma sempre senza perdite di tempo in disquisizioni. Gli esempi, al contrario, di questi requisiti sono numerosi nella nostrana politica e quello più vicino riguarda il da farsi e il contarsi per il cenone del Natale prossimo venturo, del quale si sono sprecate le proposte più eterogenee toccando una tastiera – compresa quella sempre scattante a Palazzo Chigi – su cui si sprecavano le solite giaculatorie di sì, no, forse, parliamone, sentiamo le regioni, non tralasciamo la spiritualità della festa e così via, trasformando il numero dei partecipanti al cenone in un affare di Stato. E che dire delle vacanze sugli sci se non che questo sport invernale ha risvegliato nei decisori una gara, è proprio il caso di dirlo, di discesa libera. O meglio: a ostacoli, a stop and go, con gli inesausti tentennamenti dei quali è il re, indiscusso, Giuseppe Conte. Eppure, bastava una occhiata agli interventi sia di Emmanuel Macron che di Angela Merkel per imparare, per trarre una indicazione, un esempio. Il leader francese, che dà solennità ai suoi messaggi televisivi riducendone il numero, a differenza di un Conte bulimico di videoapparizioni, ha espresso pensiero e decisioni evitando giri di parole e implorazioni alla educazione dei suoi cittadini. La leader tedesca Angela Merkel ha, dal canto suo, esternato le decisioni del suo Governo indicando numeri, date, divieti con lo stile di una mater familias, con la classica serietà che aborre qualsiasi tono populistico e che fa della necessità dell’obbedienza, non un obbligo coartante la volontà del singolo, ma la presa d’atto di una scelta da condividere con tutti.

I due esempi si rivolgono a protagonisti di primo piano, governanti di Paesi immersi, come il nostro, in un dramma che non è solo europeo ma mondiale e che in quanto tale esige da chi ha responsabilità di guida – il termine leader significa appunto guida e capo – la consapevolezza di un compito da eseguire per il bene comune, evitando giaculatorie e incertezze. E dunque, perché lamentarsi se la Merkel e Macron sono i punti di riferimento, il duo che conta, che decide anche per gli altri Paesi, che indica la strada da seguire nel nostro Continente. Sono due leader indiscussi, a livello internazionale. Piaccia o non piaccia, questa è la verità. Dire che il nostro è un Paese che avrebbe bisogno di leader, soprattutto al Governo, è un’altra verità. In fondo, l’ultimo che ci è rimasto, con i suoi alti e bassi, errori, ritardi e contraddizioni, è Silvio Berlusconi. Volenti o nolenti, è una verità.