La “società bloccata” conduce al “bandito sociale”

Grazie alla pandemia ed ai vari lockdown, oggi anche l’uomo di strada sa che c’è un “deep state” (un groviglio di poteri assoluti che spaziano tra economia, sicurezza ed altissima tecnologia) che la libertà verrebbe dosata e controllata a monte del sistema. Insomma, grazie ai social network, anche i meno attrezzati culturalmente avrebbero iniziato a maturare un misto di coscienza politica, ribellismo anti-istituzionale e, soprattutto, una diffusa paura di cadere nella gabbia del Grande Fratello orwelliano. Intendiamoci, in poche righe non si può certo aggiornare il saggio filosofico di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici”, ma solo iniziare a dimostrare che chi oggi finanzia le varie “Open society” è sostanzialmente un nemico della libertà. Nel 1945, quando Popper diede alle stampe la sua prima edizione della “Società aperta…”, il nemico dell’Occidente era tutto nell’imminente divisione del Pianeta in due blocchi, in due visioni integralmente opposte del lavoro, dell’economia e della libertà. Quest’ultima, come lo scrivente ha più volte rimarcato, viene dosata nelle varie Costituzioni (ormai patrimonio di tutti gli Stati, con la sola esclusione degli ultimi ordinamenti tribali) in libertà collettiva ed individuale. La Costituzione italiana è il risultato d’un perfetto equilibrio tra libertà individuale e libertà collettiva. Per dirla tanto al chilo, nei Paesi anglosassoni ci sarebbe un prevalere delle libertà individuali, mentre in Cina una cappa collettiva amministrata da pochi oligarchi.

Ovviamente non s’intende negare il Coronavirus, che esiste e verrà arginato, ma l’uso che le élite vorrebbero fare della pandemia per ridisegnare le libertà economiche (lavorative) dell’uomo di strada. I più scafati mi suggeriscono che, se non fosse saltato fuori il Coronavirus, certamente avrebbero trovato altre leve socio-politiche per bloccare le economie occidentali, quindi perfezionare quel mondo a trazione orientale che George Soros ebbe a suggerire a Bill Clinton alla vigilia dell’entrata della Cina nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio): perché l’11 dicembre 2001 la Repubblica popolare cinese ne diventava membro, dopo 15 anni di trattative (i più lunghi della storia) e dettando le proprie condizioni ad una politica statunitense ormai stanca, economicamente arresa alla Cina (più del 50 per cento del debito pubblico Usa è in mani cinesi). Ma la Cina è abile, e sotto sotto vorrebbe fare in Occidente ciò che ha realizzato in Africa: non è un mistero che le Costituzioni di molti Paesi africani sono state cambiate a seguito del colonialismo cinese. Così nel Continente nero l’impronta francese ed anglosassone (anche olandese e tedesca) ha ceduto il passo a Carte costituzionali influenzate (scritte) da Pechino. Tutto ovviamente con la complicità dei liberticidi Governi africani.

E ben sappiamo quanto l’Italia sia culturalmente vicina all’Africa come alla Cina, al punto che i Cinque Stelle vorrebbero ridurre le libertà individuali a tutto favore di quelle collettive: dicono di voler fare questo “per il bene comune”. L’assunto di partenza di Popper si scaglia proprio contro chi sostiene queste tesi demagogiche, supportate dai sacerdoti della conoscenza scientifico-economica. Perché sosteneva Popper che “non esiste scienza che possa produrre conclusioni definitive. Di conseguenza, in ambito sociale e politico, la popolazione deve guardarsi dagli esperti che dicono di conoscere il destino della società, di possedere la verità. Nessuno conosce il futuro, neanche gli scienziati. La conoscenza scientifica è sempre congetturale e sempre fallibile”. Quindi Popper rigetta il socialismo scientifico, alla base di quella “società bloccata” (che oggi viviamo) fortemente voluta dai sostenitori delle “Open society”, strutture che operano politicamente all’opposto dei principi del filosofo a cui dicono d’ispirarsi. “Arrestare il cambiamento politico non costituisce un rimedio e non può portare la felicità – scriveva Popper – noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra”. Detto questo: come potrebbe mai essere felice l’umanità chiusa e controllata, obbligata a non lavorare per salvare l’ambiente, microchippata e ridotta a vivere più nel virtuale che nel reale? Anche perché, chi da anni lavora ad una società bloccata, lo fa in chiave classista, concependo libertà assoluta per le élite e chiusura per i popoli tutti. Ma se questi assetti di chiusura sono stati possibili in Africa e Asia, si stenta a credere che la società occidentale, la prima a diventare società aperta, possa regredire nelle “libere facoltà critiche della persona” (parafrasando Popper).

I timori d’una nuova società chiusa, infelice, diventano concreti quando in summit internazionali s’arriva a sostenere che il fattore umano sia alla base dell’inquinamento, che un reddito universale di base permetterebbe un nuovo contratto sociale: per farla breve, ti pago per non lavorare, a patto che accetti un percorso di “povertà sostenibile”. Ovvero pagare l’uomo perché archivi ogni ambizione terrena. In una bella intervista di Giada Ferraglioni per Open, il filosofo dell’economia Guy Standing sostiene “Il reddito universale? Con la pandemia è diventato un imperativo economico”. Standing (professore alla Soas University di Londra e co-fondatore del Basic income earth network “Bien”) spiega alla Ferraglioni che “la nostra idea di lavoro sta diventando vecchia sotto ai nostri occhi e la ricchezza si sta accumulando in mano a pochi colossi dei big data…numerosi politici e studiosi hanno ricominciato a parlare a più riprese di reddito di base. Lo scorso 25 settembre, migliaia di cittadini europei hanno lanciato una raccolta firme (chiamata Iniziativa dei Cittadini europei) per portare il dibattito sul cosiddetto basic income alla Commissione dell’Unione europea”. Tutto bello, tutto giusto. Ma Standing sarà certamente a conoscenza del fatto che Bill Gates ha trattato con la Federal Reserve la gestione e l’emissione della moneta elettronica globale, per finanziare il reddito mondiale di cittadinanza: ovvero Gates gestirebbe miliardi di soggetti in condizione di “povertà irreversibile”, esseri umani che in una sorta di contratto faustiano accetterebbero di non lavorare in cambio d’un reddito basico di povertà. Scrive Giada Ferraglioni: “Secondo il professore, il reddito di base è “un imperativo economico e sociale”. Specialmente ora, nel pieno della pandemia: in questi mesi di lockdown e crolli del Pil, i miliardari hanno visto aumentare i loro profitti di oltre il 30 per cento mentre i precari, gli autonomi e i dipendenti privati sono andati incontro a drastiche diminuzioni delle entrate”. Così Standing sostiene che la povertà sostenibile diminuirebbe lo stress dei lavoratori, limerebbe le diseguaglianze sociali e conterrebbe l’inquinamento. Dice che la ridistribuzione economica si baserebbe su “carbon tax e la data tax”. “Con un reddito di base le persone possono passare più tempo – ha affermato Standing – a svolgere forme di lavoro diverse, come quello di cura, il volontariato, i lavori per la comunità e per l’ambiente”. E Bill Gates ed il suo socio Xi Jinping ci pagherebbero per questo? Che si tratti di mera utopia emerge da fatto che l’Ue, che dice di voler varare la “povertà sostenibile”, non riesce a fermare il signoraggio bancario e l’iniqua tassazione che stanno riducendo alla fame le classi medie europee.

L’unico frutto, ancora acerbo, di tanta utopia paupero-mondialista è il ritorno del “bandito sociale”: paradigma sociologico partorito da Eric Hobsbawm, considerando la percezione popolare della figura del “bel bandito” abbinata alla restrizione di libertà (e disuguaglianze) che spingono l’uomo verso il banditismo. Si sostiene questo, consci che l’uomo non possa mai archiviare le proprie ambizioni (o peccati) terreni, accettando di vivere una vita virtuale ma da povero, soprattutto se alle élite verrebbe concessa ogni libertà degna della passata “divina investitura”. Chi sta lavorando alla “società bloccata” ed alla “povertà sostenibile” ha in mano i media del pianeta, in pratica “la fabbrica del consenso, – per usare le parole del filosofo Noam Chomsky – ossia un sistema di propaganda attuato coi mezzi di comunicazione di massa, molto efficace per il controllo e la manipolazione dell’opinione pubblica”. Secondo Chomsky “i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca…nella maggior parte dei casi – ha spiegato il filosofo – il sistema esercita un sempre maggiore controllo e un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su se stesso”. In “Media e potere” (libro di sette anni fa) Chomsky anticipa ciò che dovremmo sempre più subire. Da qui la chiamata ad una lotta per la libertà, perché si riaffermino in politica idee nette, portate da uomini che non subiscano scelte partorite in conciliaboli internazionali. Il politico faccia il politico, senza inseguire il presule che sostiene la “povertà è un valore” né lo studioso che ipotizza una felicità globale sotto l’ombrello d’una “povertà sostenibile” e d’una “vita virtuale”. La reazione alle demagogie sarebbe anche oggi il “banditismo sociale”.