Nota a margine: come l’incapace sale disfacendo

Doverosa premessa: traggo i dati dalla devastante pagina che il Corriere della Sera (26.11.2020) ha dedicato alla “grande beffa per i 2.700 navigator che ora rischiano di restare disoccupati” e alla prestazione del loro capo Domenico Parisi, “quasi una storia di fantascienza da Palazzo Chigi al Mississippi”, a firma Lorenzo Salvia e Fabrizio Roncone, da elogiare come benemeriti della stampa e della patria. Innanzitutto, una considerazione estrinseca, che però la dice lunga sulla stampa e sulla patria. Benché devastante per il contenuto, la pagina non ha avuto pressoché nessun’eco od effetto. Eppure costituisce una luminosa metafora della politica contemporanea, dove imperano uomini politici che costruiscono carriere sull’improvvisazione. Il re della categoria è Luigi Di Maio che, avendo dato prova della sua pericolosa evanescenza da ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo economico, vicepresidente del Consiglio, è assurto o, meglio, è stato elevato da suoi pari a ministro degli Esteri, la faccia dell’Italia nel mondo, nientemeno. La vicenda dei navigator parte male già dalla parola latina stupidamente associata al web. Infatti, traducendo “il marinaio nella rete”, il navigatore sembra lui bisognoso di aiuto piuttosto che in grado di aiutare altri. Tuttavia allo sprovveduto inventore, pardon applicatore, del vocabolo (il geniale Di Maio in persona? Il guru italoamericano che egli ha scovato?), adoperare la parola latina apparve oltremodo intelligente e efficace dal momento che la pronunciava all’inglese: navighaetor, oibò!

Stando ai numeri forniti da Lorenzo Salvia, i navigatori sono rimasti impaniati nella rete, com’era prevedibile. Il risultato della loro infruttuosa navigazione non giustifica affatto il progetto di cui sono più vittime che colpevoli, perché figli di un padre politico impreparato, che baldanzosamente prima li ha mandati alla deriva nel pelago elettronico e poi con dappocaggine disconosciuti appena accortosi che la progenie non gli avrebbe assicurato il Nobel dell’economia. I navigatori dovevano cercare i posti di lavoro che il ministro del lavoro immaginava soltanto. Adesso i navigatori sono in un mare di guai perché il loro impiego sta per scadere. I soldi per prolungarglielo non sono stati stanziati. Viene prospettato il licenziamento, contro il quale i navigatori, costituitisi in sindacato, minacciano di ricorrere. Il governo dovrà assumerli? Impiegarli in un lavoro realmente produttivo? Di Maio tace. Nessun mea culpa egli pronuncia, occupato com’è a studiare il modo di divulgare Dante tra i musulmani.

Mentre i poveri marinai navigano in cattive acque, il loro capo Domenico Parisi, detto Cowboy, solca i mari in ricchezza e sicurezza. Grazie a chi? A Di Maio che gliele garantisce con i soldi dell’erario, of course! Fabrizio Roncone precisa: “Per lui l’incarico è guidare l’Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (potenza delle sigle: c’è pure una politica passiva del lavoro, ndr), e realizzare quindi la parte finale del visionario progetto pentastellato”. Il progetto non viene attuato. Il capo Parisi “non è in grado di spiegare, con precisione, quanti posti di lavoro siano stati trovati dai navigator”. Tuttavia chiede che a costoro siano prorogati i contratti e ne siano assunti altri. Nonostante il disastro combinato da Di Maio e Parisi, è purtroppo impossibile che siano perseguiti dalla Corte dei conti per danno erariale. Ma l’opposizione politica che aspetta a metterli sotto processo per incapacità, negligenza, dannosità?

Il fallimento complessivo del “progetto navigator”, sbandierato come la soluzione finale della disoccupazione, non comporta neppure una qualche diminuzione all’ideatore e realizzatore politico né al capo amministrativo. Per molto meno, governanti e dirigenti si dimettono nelle nazioni serie. In Italia, invece, Di Maio è salito più in alto sormontando le sue macerie e Parisi se la gode standosene al riparo. Gl’incapaci ascendono disfacendo.