La Natività? Si festeggia nell’happy hour

Stato e Chiesa discutono sull’orario in cui sarà opportuno celebrare la nascita di Cristo, il prossimo 24 dicembre, in conformità con gli obblighi di legge che limitano la circolazione delle persone a causa del Covid. Per alcuni potrà sembrare un gesto di alto senso civico adattare in momenti particolarmente critici anche i comportamenti religiosi alle esigenze della gestione dell’ordine pubblico. E, per questo motivo, si sarebbe propensi a conferire medaglie al merito alle gerarchie ecclesiastiche per la disponibilità dimostrata nell’attenersi al dettato della legge civile. Tuttavia, la disinvoltura con la quale la Chiesa di Roma rinuncia a uno dei capisaldi del proprio impianto liturgico, sconcerta. E alimenta cupi sospetti. Celebrare la Natività a mezzanotte non è per spingere le persone appesantite dai postumi del cenone a fare due passi “digestivi” dall’abitazione alla chiesa più vicina. L’aver collocato l’evento fondante della cristianità in quel giorno e a quell’ora ha un valore simbolico di eccezionale potenza: innesca una ierofania. Con essa si è partecipi e destinatari della manifestazione del sacro, attualizzato in un tempo che non è, né potrebbe essere, quello storico.

Col tempo sacro le lancette dell’orologio tornano indietro riportando al presente l’evento meta-storico accaduto illo tempore. Nel calendario giuliano la mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre corrisponde al solstizio d’inverno. Per alcuni storici delle religioni il combaciare dei momenti è la prova del fatto che la dogmatica cristiana si sia sovrapposta ai culti preesistenti inglobandone alcuni miti radicati nell’essenza profonda del politeismo del mondo pagano. Nella tradizione del simbolismo polare precristiano il solstizio d’inverno rappresenta il passaggio dalle tenebre alla luce. Il suo significato si connette al simbolismo del ciclo continuo di morte-rinascita, immagine speculare della perenne lotta tra il Bene e il Male, tema centrale in tutte le cosmogonie. Dal 25 dicembre la luce, per effetto del moto evolutivo solare nell’astronomia geocentrica, ricomincia a sopravanzare l’oscurità dando luogo a una rigenerazione della vita. Il fenomeno si riverbera sulla dialettica Uomo-Natura sotto forma di una palingenesi. Nelle religioni tradizionali è frequente ritrovare la simbologia della caverna, rappresentazione dell’utero materno, luogo oscuro nel quale comincia il processo di rigenerazione che conduce alla nuova vita e dove la materia corporea si fonde con la sostanza sottile dell’anima immortale. Ma la caverna è, nella mitologia, anche il luogo ultimo di sepoltura nel quale, all’opposto, i destini di corpo e anima si dividono. Tra i due momenti non vi è opposizione visto che, nella concezione tradizionale, nascita e morte sono fenomeni concatenati e sequenziali. D’altro canto, come afferma René Guénon maestro di studi iniziatici, “morte e nascita non sono in fondo che le due facce di uno stesso cambiamento di stato, e che si ritiene che il passaggio di stato a un altro si debba sempre effettuare nell’oscurità”.

Come per il simbolismo del chicco di grano nei misteri eleusini, la Natività trasmette all’uomo del presente il portato archetipico di una palingenesi. L’avvento provvidenziale del Messia, per la religione cristiana, è il simbolo del fattore salvifico dell’incarnazione di Dio nell’uomo. Il simbolo, quindi, anche per la religione cristiana, non si limita a stimolare pulsioni meta-razionali ma rivela risposte a domande che l’uomo si pone sull’approdo ultraterreno del proprio destino. Per Mircea Eliade, storico delle religioni, il simbolo è di per sé un’esperienza totalizzante perché “quale che sia il suo contesto, rivela sempre l’unità fondamentale di parecchie zone del reale”. Per queste ragioni la celebrazione della mezzanotte conferisce senso alla narrazione mitica di una teofania (manifestazione sensibile della divinità). Cambiare l’orario, come se si trattasse dell’apertura e chiusura di un esercizio commerciale, destruttura la fede, privando di valore il suo mezzo di trasmissione: il simbolismo. Come non vedere il rischio che si cela dietro una scelta apparentemente dettata dal buon senso? La risposta la si può leggere nello splendido articolo di Renato Cristin, pubblicato ieri dal nostro giornale, dal titolo B. & B.: i due protagonisti della “Economy of Francesco. La Chiesa di Jorge Bergoglio si è spinta sulla strada di una nuova dottrina sociale, portatrice di un messaggio evangelico pauperista letto in chiave proto-comunista per un cattolicesimo, che, come nota Cristin, è pienamente socialista e non più sociale. Ma ciò non basta a spiegarne la degenerazione valoriale, che invece parte da lontano: dall’affermarsi del relativismo. Non solo etico ma anche teologico. Presumibilmente da quando, come scriveva l’allora cardinale Joseph Ratzinger in Fede, Verità Tolleranza, edito nel 2003: “Il relativismo in certo qual modo è diventato la vera religione dell’uomo moderno”. Il fatto che il simbolo Gesù Cristo sia considerato uno tra i tanti salvatori e liberatori in circolazione scaturisce dal presupposto fondamentale del pluralismo unitivo, enunciato dal teologo Paul Francis Knitter in Nessun altro nome?, edito nel 1991, secondo cui “tutte le religioni sono o possono essere ugualmente valide. Ciò significa che i loro fondatori, i personaggi religiosi che stanno dietro ad esse sono o possono essere ugualmente validi” (la citazione è nel testo di Joseph Ratzinger e Marcello Pera, Senza Radici, edito nel 2004).

Ora, se il messaggio del Cristo, veicolato attraverso l’interpretazione dei codici della ritualità liturgico-simbolica, è stato elemento costitutivo della matrice identitaria dell’uomo occidentale, la sua decostruzione punta a una nuova identità, anti-tradizionale, prodotta da una miscela ideologica di terzomondismo, marxismo, socialismo utopistico ottocentesco che, come scrive Cristin, non è “meno statalista (di quello del modello sovietico ndr) ma strutturalmente sgangherato e ideologicamente modificato con l’inserimento di istanze indigeniste che agglutinano cristianesimo e sciamanesimo, tribalismo e marxismo”. Ecco, dunque, cosa si muove dietro quell’apparentemente innocuo cambio di orario. Sarebbe un affare dei soli fedeli cristiani se non fosse per il suo impatto sulla definizione dell’identità dell’Occidente che riguarda tutti noi: credenti, pagani, agnostici, atei. Combattere contro i sabotatori della tradizione è impresa ardua quando a muovere i fili di una nuova “teologia della restituzione” d’ispirazione marxista provvede chi occupa il trono più alto sopravvissuto, in Occidente, alla distruzione dell’antico ordine. L’auspicio, per la salvezza del nostro comune destino di occidentali, è che vi sia da qualche parte un prelato, un monsignore, un parroco, un frate ordinato sacerdote disposto a celebrare la Natività con la messa di mezzanotte. Anche in assenza dei fedeli o collegandosi con essi mediante le moderne tecnologie. Forse non tutti i mali vengono per nuocere. Salvare la ritualità allegorica del Natale seve a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e dove andremo. Duemila anni di civiltà non meritano di essere buttati via come carta straccia, cancellati come una storia di cui ci si debba vergognare, abiurati come un peccato da cui bisogna emendarsi, vissuti come una formalità che possa essere derogata per opportunità. Contro i relativismi ci sono gli assoluti. Non sarebbe male se cominciassimo col chiarire a noi stessi su quale versante della storia s’intenda stare.