Il Diritto non ha bisogno di fede

Sono in treno e, quindi, posso scrivere un post serio prima di immergermi nella lettura del libro la cui copertina è qui sotto raffigurata. Proverò a scriverlo – mi auguro con l’aiuto del Cielo – senza indossare questi enigmatici occlusori nasali donatimi da Trenitalia, confidando nella clemenza del virus e di chi legge.

Io non ho fede nel Diritto. Posso averla in Dio, o in qualche persona, ma non nel Diritto.

La fede nel Diritto, semmai, può averla Alfonso Bonafede, che lo identifica con la Giustizia (la sua, in particolare), ma è un lusso che non mi sono mai potuto concedere. Col tempo, ho anche inteso che – guarda caso – ad avere fede nel diritto sono quelli che amano manipolarlo, piegandolo alle loro convinzioni, presentate, appunto, come fede nel Diritto.

Invece, il Diritto è lì, a prescrivere o vietare, senza nulla chiedere a nessuno, se non di non essere trasformato in religione. È fatto di regole che, una volta poste, diventano efficaci, nonostante sembrino (o siano) ingiuste, immorali o sbagliate. L’epurazione del sistema avviene secondo canoni prestabiliti, conformi alla gerarchia delle fonti o ad altri principi.

I Diritti non nascono tali, ma diventano Diritto a seguito della loro previsione nell’ordinamento. A volte, ne vengono espunti.

Il Diritto non è mai né bello, né brutto. È e basta. Non è immortale, il Diritto, e meno ancora possiede stabilità. Posso avere fede in qualcosa del genere?

Direi di no. Posso, però, rispettarlo e farne un punto di riferimento che non mi chiede nulla. Non di crederci, almeno.