Crisi di governo: se la soluzione fosse donna?

Proviamo a fare un esercizio dialettico, di pura fantasia, sulla crisi di Governo, partendo però da un presupposto di fatto indiscutibile: la maggioranza è a tal punto sbrindellata da rendere impossibile qualsiasi ricucitura che abbia il senso della serietà. Proprio per questo motivo e in ragione del decantato “bene del Paese”, sulla bocca di tutti ma nel cuore di pochissimi, la saggezza dovrebbe condurre il presidente del Consiglio a salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni e lasciare spazio al fluire delle ordinarie regole della democrazia.

Qui si innesta la fantasia, quell’esercizio dialettico preannunciato. Se la crisi, una volta messa nelle mani del capo dello Stato, si risolvesse in un nuovo esecutivo guidato da una donna? Se fosse la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, a guidarne uno di scopo?

La “soluzione Casellati” avrebbe molti pregi. Darebbe vita non solo al primo governo guidato da una donna, ma anche e principalmente ad un governo di caratura istituzionale, in grado come tale di coagulare un consenso parlamentare sufficientemente ampio per traghettare il Paese alle prossime elezioni politiche, che potrebbero tenersi nella primavera 2022.

Alberti Casellati, in questo ipotetico scenario, interverrebbe come seconda carica dello Stato indipendentemente dalla sua appartenenza partitica. Certo, il fatto che provenga dalle fila di Forza Italia è importante. Il partito di Silvio Berlusconi, con lei, potrebbe farsi ancor più garante degli equilibri con l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, e pertanto favorire il consenso internazionale per il nuovo governo. Ma al di là di questo, la figura della presidente manterrebbe un profilo altamente istituzionale.

D’altra parte, come detto, intorno alla seconda carica si potrebbe formare una larga maggioranza, rassicurante anche per il capo dello Stato. Per i gruppi parlamentari diventerebbe difficile negare ad un gabinetto da lei guidato almeno un appoggio esterno, sulla falsariga di quel che accadeva ai tempi della “prima” Repubblica, quando di politica si capiva assai. Se si esclude il Movimento 5 Stelle, che potrebbe dividersi su una soluzione di questo genere, per le altre forze sarebbe difficile opporsi con argomentazioni stringenti.

C’è di più. Un esecutivo di questo genere potrebbe accontentare anche i palati più raffinati nella gestione e suddivisione degli incarichi – aspetto che in politica, per dirla senza false ipocrisie, ha un suo peso – perché potrebbe accogliere sia esponenti politici, sia esperti di chiara fama, da destinare ad alcuni dicasteri a forte connotazione tecnica, come quelli dell’Economia e della Salute.

Quali gli scopi di una compagine simile? Se per conseguirne alcuni la sua eterogenea composizione potrebbe essere un limite, per altri la sua trasversalità potrebbe essere una vera e propria risorsa. Le “larghe intese” potrebbero diventare un contenitore “naturale” di bilanciamento su questioni fondamentali che, proprio perché tali, esigono la più larga condivisione possibile.

In quest’ottica, gli scopi dovrebbero essere pochi, quattro o cinque in tutto. Mettere in piedi un piano concreto di interventi strutturali all’interno di Next Generation Ue adeguato alla situazione dell’economia e delle finanze pubbliche; passare dalle carte ai cantieri, sbloccando le opere già finanziate; accompagnare il paese fuori dal tunnel pandemico, assicurando la fattiva attuazione del piano vaccinale; riscrivere la legge elettorale, così da garantire un adeguato rapporto tra rappresentanza, preferenze e stabilità dei governi futuri, e finalmente, agevolare la scelta del prossimo presidente della Repubblica, che avverrà fra un anno esatto.

Mondo di Utopia? Beh, in effetti le tessere qui sembrano incastrarsi quasi perfettamente e senza sforzo, come può avvenire solo in un mondo fantastico. La realtà della politica è molto più complessa e sarebbe perciò ingenuo affidarsi solo ai sogni per ricercare soluzioni concrete. Ma, come diceva Paul Gauguin, “io chiudo gli occhi per poter vedere”. Chi sa che anche nei palazzi romani non si provi a “vedere” con gli occhi chiusi. E questa volta, davvero, per il “bene del Paese”.

(*) agiovannini.it