Grillo, a patto che te ne vai

Beppe Grillo, il fustigatore dei costumi, l’inquisitore dei malviventi, il censore dei politici; quello che considerava i partiti il ricettacolo del malaffare, le officine del delitto, i palazzi della perversione, lui – nient’altro che lui – propone un “patto tra i partiti” per raccogliere l’invito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (il quale, detto per inciso, è la stessa persona che, tempo fa, a sentire i grillini, meritava l’incriminazione).

Non parlerò di coerenza. Sarebbe inutile. Neppure dirò che mi sembra la mossa disperata di chi, avendo sbagliato tutto, vede avvicinarsi (era ora, aggiungo io) la fine. Dirò altro, invece. Dei cinque anni previsti dalla Costituzione (che non parla di mandato zero) ne sono passati (quasi) tre. Il virus, vostro santo protettore, prima o poi sarà sconfitto, o sparirà per cause naturali. Avete inferto danni irreparabili al Paese e alla democrazia. Avete promosso alle più alte cariche della Repubblica degli incapaci arroganti. Avete demonizzato chiunque non la pensasse come voi. Quale patto, dunque? A quali condizioni? L’unico patto possibile è quello che preveda in premessa la vostra esclusione dal governo del Paese. Non ci sono altri patti. Non con voi.