Elogio dell’egoismo

Il più delle volte che, negli anni, ho sentito nominare la parola altruismo od ho assistito ad una delle solite filippiche che i media, in questo solidali, fanno contro l’egoismo, ho provato un senso di fastidio, quando non una vera e propria ripulsa. La sensazione era strana poiché, abituato da bambino a considerare l’altruismo una virtù e l’egoismo un vizio, non mi sapevo spiegare in termini espliciti questo malessere di cui, per coerenza, avrei dovuto provare dispetto, ma che invece sentivo, in fondo, originato da motivi non deteriori, che mi ripromettevo di mettere un giorno o l’altro a fuoco. Avevo come la sensazione che i valori rappresentati nelle due parole si fossero profondamente modificati, sì da non ritrovare più in esse il significato tradizionale e che anzi questo egoismo di cui tanto si straparlava fosse, in qualche maniera che non sapevo precisare, imparentato alla lontana con la ben più nobile (e socialmente spendibile) libertà. Tale malessere sarebbe probabilmente restato un fatto personale del sottoscritto (ancorché fastidioso, perché rinnovantesi spesso) se non mi fosse capitato, una sera, di ascoltare casualmente alla radio, in una rubrica di colloqui con gli ascoltatori, una ragazza affermare il suo rifiuto della famiglia con la motivazione che essa era fonte di ingiustizia, in quanto si è portati ad amare di più il proprio familiare o parente (per estensione, è ovvio, si può risalire ai partiti, alle città, alle nazioni) che non lo sconosciuto. Mentre l’amore, per il vero altruista, dovrebbe essere equidistribuito tra tutti. Stavolta, la reazione all’affermazione della ragazza ed alle svaporate affermazioni di consenso dei conduttori, fu così vivace da, direi, quasi costringermi a pormi il problema.

Orbene, la ragazza aveva probabilmente ragione. Il vero altruista, l’altruista “ideologico”, dovrebbe in effetti amare tutti in maniera uguale, dato che il maggiore amore per il proprio padre o il proprio figlio, non è altro che una forma sublimata di egoismo: amo di più la mamma perché è la mia mamma, è mamma a me. Amo di più il collega (camerata, compagno) perché ha le stesse mie idee e così via, solo che il problema a questo punto è cosa significa essere altruista ed ancora e molto di più, è “bene” essere altruista? (È “buono” l’altruismo). Probabilmente, non sarei arrivato a porre così radicalmente in discussione un valore tanto comunemente accettato, se non mi fossi reso conto che esso andava a cozzare contro altri valori, altrettanto storicamente accettati, ma superiori. Per capire il senso della domanda, occorre vedere da dove viene la gerarchia di “intensità di amore” tradizionale (papà, mamma, figli, patria, paese), su cosa essa poggia, ecco il punto. A mio avviso, essa si basa sul grado di identificazione che noi facciamo tra noi stessi e il soggetto (ente) amato, cioè è una scala in valori di egoismo, posta in un sistema di riferimento che ha come origine l’individuo. Da questa analisi segue, quindi, una importante constatazione: applicando questo genere di considerazioni ad ogni essere umano, si viene ad avere una rappresentazione della realtà che considera “soggetto” l’individuo, oltre a darne una descrizione che io credo fedele. In altri termini, questo “egoismo” non sarebbe altro che il figlio della propria capacità di “sentire” autonomamente ed il padre della capacità di pensare e agire del pari, autonomamente, in conseguenza. Di contro, l’altruismo egualitario, per essere prima ancora che auspicabile, possibile, ha bisogno che l’uomo non faccia più una tale scala di affetti, ma che consideri tutti gli altri esseri umani (ma anche al limite luoghi o pensieri) uguali e da questo, sempre se fosse possibile, la prima conclusione sarebbe che la realtà risulterebbe quindi percepita come uguale da qualsivoglia osservatore e che, dunque, il soggetto non sarebbe più l’individuo, ma eventualmente la somma di tutti gli individui. Poiché non solo ognuno di noi verrebbe a vedere gli altri come tutti uguali, ma verrebbe a sua volta visto dagli altri come identico ed indistinguibile da chiunque altro, per cui sarebbe indifferenziato, come ad esempio una sfera in mezzo ad altre sfere, una unità in mezzo ad altre unità.

Così l’individuo, guardando l’umanità attorno a sé, in qualunque direzione lo facesse, vedrebbe sempre lo stesso panorama, sempre uguale, sempre indistinguibile, perdendo ogni punto di riferimento e la possibilità di farsi una rappresentazione autonoma della realtà. E allora l’unica rappresentazione originale di questa realtà, sarebbe una sorta di visione globale della collettività umana di se stessa, che riesce difficile però da definire logicamente, anche solo in astratto, se si vuole evitare che le parole si riducano a suoni privi di rappresentatività di qualcosa di reale, assumendo un ambiguo odore di magico, come ad esempio l’espressione “cervello collettivo”, sorta di totem da adorare e da temere. Vi è una curiosa analogia tra questo tipo di dilemma e la polemica che da molto tempo divide i biologi e cioè se il soggetto autonomo, dotato di personalità e di un progetto, sia la formica o il formicaio. Ecco, l’egoismo, introducendo contraddizioni tra i punti di vista, impedisce all’uomo di ridursi a semplice elemento del formicaio. L’egoismo è poi infine intrinsecamente legato all’istinto di sopravvivenza, istinto assolutamente naturale e di tutti, perché, ricordiamolo, senza di esso saremmo probabilmente estinti. La seconda considerazione possibile, e cioè quella sperimentale che un esempio di mondo popolato di altruisti veritieri non si è mai visto (gli Stati cosiddetti collettivistici, sono in realtà quelli in cui le rigide gerarchie personali e le caste chiuse e privilegiate sono più evidentemente presenti) avrebbe dovuto per la sua evidenza essere forse posta per prima (e i polemisti di parte liberale lo hanno fatto per decenni) ma non lo ho ritenuto sufficiente. L’altruismo ideologico non è infatti solo inesistente, ma è anche un cattivo sentimento, perché poggia sulla negazione dell’autonomia dei sentimenti dell’individuo e quindi della sua libertà. Tale puntualizzazione è di estrema importanza, perché fino a quando non si chiarirà che tale ideale non è solo impossibile, ma anche sbagliato – non bello e soprattutto non buono – vi sarà chi cercherà di realizzarlo, provocando effetti catastrofici, andando dai casi più tragici di comunismo integrale come in Unione Sovietica o in Cambogia (se l’uomo non è altruista imponiamoglielo) fino ai semplici complessi di colpa ( talvolta però devastanti) indotti nel povero borghese occidentale, passando per le tristi forme di estraniazione alla famiglia, favorite da stati barbarici ripetitivi della prevalenza dell’antica tribù sui suoi membri.

In tutti i casi, comunque, l’annullamento dell’Io, dell’ego, è funzionale ai disegni liberticidi delle dittature, laiche o religiose che siano e inoltre nega una evidente realtà e cioè che solo i diritti “individuali” sono veramente collettivi, perché proprio di tutti e per tutti. Mentre quelli oggi definiti collettivi, sono invece espropriazioni fatte da chi guida momentaneamente le istituzioni, secondo personali convinzioni, legittime, ma certo non tali tali da costituire un quasi santificato bene comune. Radicalmente diversa, dalla visione socialista, è invece la visione Cristiana, nonostante le interessate analogie tentate dai marxisti. Così diverso e originale è il modo in cui Gesù di Nazareth affrontò il problema dell'altruismo (e in generale del bene) da giustificare il pensiero (anche presso un cattolico dubbioso e anticlericale come me) che un concetto così elevato, come la composizione tra altruismo e libertà da lui fatto, sia qualcosa in grado di superare la normale capacità umana di concepire, pur restando immediatamente e generalmente comprensibile. La profondità della rivelazione di Gesù sta nel concetto che non vi è bene (in senso etico) senza la “volontà” di fare bene. Non vi è altruismo vero, che non sia basato sul libero arbitrio, non vi è altruismo reale che non parta proprio dall’egoismo, dalla coscienza di sé ed infine il reciproco: non vi è male senza la volontà di fare male.

Nessuna religione è stata mai più individualista, nessuna più umana, fatta per l’uomo. Giova ricordare a questo punto il discorso di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, a Ratisbona all’inizio del suo pontificato, dove mise in evidenza la differenza sostanziale tra il Cristianesimo ed altre religioni (l’Islam ad esempio) perché nel Cristianesimo la conversione o la conferma religiosa non vale nulla se non è completamente libera da costrizione o da condizionamenti. Che è poi, alla fin fine, proprio quello che affermava anche Dante: “Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e alla sua bontate più conformato e quel ch’ei più apprezza fu de la volontà la libertate”. Ed è proprio il valore della libera scelta ciò che conta, dato che, siccome comunque vada, sia che i singoli uomini siano buoni o cattivi, alla fine i conti in ogni caso per l’umanità torneranno (“le vie della Provvidenza sono infinite”) è solo per lui – l’individuo – che la sua scelta conterà veramente e l’altruismo è, così, un regalo che si fa a se stessi. L’altruismo non come reazione, ma come forma, una forma alta, di egoismo, restando cioè se stessi: persona, individuo unico e irripetibile.

Far del bene a se stessi, facendo del bene agli altri, questo il messaggio del Cristo. Far bene agli altri, dunque, non è far torto a se stessi, l’unico bene vero, essendo però quello che si fa spontaneamente e secondo la propria natura, che non deve essere per tutti quella di San Francesco e che non ha niente di condannabile, se è invece quella dello scienziato chiuso nella sua ricerca o dell'industriale che investe ogni soldo nella crescita della sua azienda. Senza dover scomodare il laico Sigmund Freud, che poneva il “piacere” come prima motivazione di tutto (da quello sessuale fino a quello provato nel curare dei lebbrosi e sentirsi buono) di nuovo, le vie della provvidenza sono infinite, forse quello scienziato scoprirà nuove radiografie o un vaccino. Forse l’avarizia di quell’industriale sarà la forza di quell'azienda e lavoro per migliaia di persone, forse addirittura la loro anima è molto meno in pericolo di quella di preti scarmigliati che li additino come “egoisti borghesi” al pubblico ludibrio, facendo scandalismo di professione e costruendosi una carriera di immagine e di opportunità, sullo sfruttamento del bene ridotto a personale, vanitosa e minacciosa privativa. Oggi che nel mondo, dall’aborto alla libertà di culto, tante sono le minacce collettivistiche (solo uno stato etico che si consideri il proprietario ultimo degli esseri umani, può concedere il primo e vietare la seconda) da cui è colpita la chiesa in materia di fede, il maggiore scandalo sono proprio quei preti con una concezione immanentistica del loro ruolo, che scambiano la rivelazione per un programma politico, la chiesa per un sindacato e se stessi per uomini di spettacolo.

L’Occidente, storicamente, è il luogo dove Stato e chiesa sono separati e questo è stato possibile, anche perché vi fu chi disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare”. Ed il compito di ricordarlo sempre è di tutti, laici e religiosi. Una religione individualista fondata sul libero arbitrio, questo ai miei occhi (non voglio imporre questa visione a nessuno) è il Cristianesimo, questo ed insieme religione occidentale, laddove spinge a fare, a intraprendere (la parabola dei talenti) o, se vogliamo, è l’Occidente liberale ad essere Cristiano secondo la lezione Crociana. Il Cristianesimo (ad onta della Santa Inquisizione o della Compagnia di Gesù) come religione individualista e fondata sul libero arbitrio, dunque, se non proprio liberale, certo religione libera. Ma non solo: religione portante in sé l’idea dell’iniziativa privata e dell’imprenditoria. E, infine, anche religione con in sé lo spirito della ricerca scientifica, fatto che il processo a Galileo Galilei e il rogo a Giordano Bruno – figli di una funesta stagione di intolleranza clericale e integralista – hanno nascosto, ma che non ci devono far dimenticare come sia stato anche nei chiostri Benedettini e Domenicani, che si andò riformando quella mentalità di interesse per le leggi della natura, che seppe esprimere uno spirito di ricerca. E questo ancora prima di arrivare alla Rivoluzione galileiana, che, infatti, non si produsse in Italia per caso. Nessuno me ne voglia per questa invasione di campo, ma così la vedo io e così riesco a conciliare (per quanto possibile) l’uomo di scienza, il liberale e l’uomo di tradizione che sono in me. Dalla misura in cui il Cristianesimo saprà far proprio il dubbio (e dunque la tolleranza) in un mondo in cui l’integralismo religioso sta facendo nuovamente drammatica apparizione, dal modo in cui si concilierà con la scienza in un mondo sempre più modificato da questa. Dalla capacità di dare alla gente il suo messaggio di trascendenza (che è la vera e prima sua grande funzione) abbandonando le tentazioni di mondanità sociale e di potere “gesuitico”, dipenderà la sua possibilità di essere la consolazione dei moltissimi che ne hanno bisogno, anche nel nuovo millennio. Ed io me lo auguro. Egoisticamente.