Il barometro della crisi: Renzi sale, Conte precipita

Giuseppe Conte è giunto a fine corsa. La tattica attendista, messa in atto per reclutare parlamentari alla causa del Conte ter, non ha dato i frutti sperati. La sostituzione indolore dei voti dei renziani con quelli dei “volenterosi” raccattati con il metodo random tra i parlamentari dell’opposizione è fallita. E così l’odiato Matteo Renzi ha vinto, comunque vadano le consultazioni del Capo dello Stato per la formazione del nuovo Esecutivo. Tutto è nelle mani del senatore di Scandicci che ha giocato bene le sue carte. Per paradosso, potrebbe essere lo stesso Renzi a dare il via libera a un Conte ter ma non senza aver prima contrattato ruoli e pesi specifici della truppa di Italia Viva nel prossimo giro di giostra.

Se si fosse in uno stato di guerra quella di Conte si chiamerebbe resa senza condizioni. Ma non è lui soltanto a uscirne con le ossa rotte. Benché sia veritiero il detto che sono le vittorie ad avere molti padri mentre le sconfitte sono orfane, non è che Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle ne escano bene. Nel Pd si scorgono pericolose crepe interne, con gli esponenti della corrente “Base riformista” che hanno preso le distanze dalla linea del segretario Nicola Zingaretti perché ritenuta troppo appiattita sulle posizioni dei pentastellati. Quel ripetere al Nazareno pappagallescamente il jingle contiano: mai più con Renzi!, non ha giovato ai vertici dem che adesso dovranno subire il ritorno del “Rottamatore”.

Per i grillini va anche peggio. Renzi potrebbe voler calcare la mano chiedendo, in cambio dei voti indispensabili del suo gruppo, la testa dell’avvocato di Volturara Appula. Potrebbe, per colmo di ironia, divertirsi a indicare chi, tra i pentastellati, scegliere per la successione all’”avvocato del popolo”. Ancora una volta il diabolico senatore di Scandicci si confermerebbe nel ruolo che gli riesce meglio: il king-maker. Dopo aver riplasmato Giuseppe Conte perché si adattasse a guidare una coalizione di sinistra, avendone guidata una populista-sovranista fino al giorno prima, il “pantocrate” da Rignano sull’Arno lo riporta alla polvere da cui è venuto. E, come il dio della Genesi, si prepara a un nuovo impasto così che un Luigi Di Maio o un Roberto Fico, cioè il nulla politico, si trasformino in esseri governanti per l’alito di consenso insufflatogli nelle narici. Lo sconfitto Conte paga il prezzo della sua arroganza. Ha sbagliato tutto. Anziché precipitarsi dal Capo dello Stato, un minuto dopo aver ricevuto un’insufficiente fiducia al Senato, per aprire formalmente la crisi di Governo, si è infilato nel vicolo cieco della caccia ai “responsabili” dando spazio e lustro al peggior campionario di trasformisti che la politica politicante sia in grado di produrre. Un’operazione suicida che ha fortemente incrinato la sua credibilità presso l’inquilino del Colle il quale, a sua volta, ha il grosso problema di non apparire coinvolto nelle vischiosità delle manovre di palazzo. L’unico modo per farla pagare a Renzi sarebbe quella di far saltare il tavolo e decidere di portare il Paese alle urne, come chiede, sebbene a diverse tonalità, il centrodestra. Ma per quanto vi possa esserne la tentazione, nessuno dalle parti del Quirinale è tanto masochista da preferire di regalare Palazzo Chigi ai sovranisti pur di fare un dispetto a Renzi. Quindi, si procederà per riportare indietro le lancette della storia a un anno e mezzo fa, all’estate del Papeete e all’entusiasmo dei perdenti che si ritrovavano tra le mani, senza averlo ricevuto dagli elettori, il lasciapassare per tornare nella stanza dei bottoni. Lo chiameranno “nuovo inizio” ma l’agenda politica dei prossimi due anni sarà quella stampata nella tipografia di famiglia del senatore di Scandicci. A cominciare dall’accettazione di quel Mes sanitario che, per i Cinque Stelle, sarà il rospo più indigesto da mandare giù. Ma se lo faranno piacere. D’altro canto, pur di restare a galla, hanno inghiottito cose in origine incommestibili per i loro palati fini. Poi, assisteremo a uno straordinario dinamismo di Italia Viva nel proporre i suoi esponenti come i novelli Mosé del Recovery plan italiano. In questo caso a beccarle sarà il Partito Democratico che dovrà spedire ai giardinetti la triade ministeriale Gualtieri-Amendola-Provenzano, finora considerata coram populo di sinistra la seriosa combriccola di quelli bravi a scrivere e a pensare. Sarà uno spasso vedere all’opera il “Pierino” di Italia Viva, Luigi Marattin, dare lezioni di politica ai dinosauri di cartapesta dell’apparato “dem” in pianta organica nel partito dai tempi della sua versione comunista.

Tuttavia, nel gioco dei bussolotti non è detto che il Capo dello Stato non provi lui a suggerire l’allargamento del perimetro della costituenda maggioranza al cosiddetto schema “Ursula” (dal nome dell’attuale presidente della Commissione europea). Condizione propedeutica per attirare una quota consistente degli ondivaghi dirigenti di Forza Italia con annessi microorganismi della nebulosa dei moderati verso tale soluzione, altamente improbabile, è che a guidarla sia una figura istituzionale “neutra”, non coinvolta con i giochi di potere sin qui condotti da democratici e grillini. Un nome, dunque, che stia bene soprattutto ai convitati di pietra di questa bizzarra partita a scacchi giocata nel mezzo della legislatura: i padroni del vapore europeo che abitano le istituzioni comunitarie a Bruxelles e i governi a Berlino e a Parigi. Le ragioni degli occhi puntati dell’Europa sulla crisi italiana attengono prioritariamente ai dubbi che i rappresentanti, tutti o quasi, degli Stati membri dell’Ue nutrono in merito all’enorme apertura di credito data all’Italia sul Recovery fund. Di tutto ciò la comunicazione pro-governativa in Italia tace ma la verità è che quei 209 miliardi promessi sono legati a doppio filo alla realizzazione di un piano draconiano di riforme del quale, ad oggi, non si ha traccia e sul quale anche i devoti adepti della sottomissione incondizionata ai diktat dell’Unione non hanno gran voglia di metterci la faccia, visto il precedente disastroso del Governo del “Commissario” Mario Monti. Bruxelles non ha mai smesso di reputare necessario, non appena sarà cessata la fase acuta della crisi pandemica, un rapido ritorno agli standard fissati dal Fiscal Compact per il riallineamento di Deficit-Debito-Pil. Al riguardo, l’Italia è il sorvegliato numero uno. Ma dall’inizio del contagio non è che le istituzioni comunitarie abbiano smesso di monitorare i comportamenti del Governo Conte. Il fatto che in Italia siano stati bruciati circa 150 miliardi di euro, spesi in deficit, senza ristorare efficacemente i cittadini, le famiglie e le imprese in effettivo stato di bisogno, ha fatto scattare più di un campanello d’allarme sulla capacità dei penta-democratici nel saper gestire la montagna di denari in arrivo attraverso il canale del Next Generation Eu.

Posto che a Bruxelles, come a Berlino e a Parigi, si lancerebbero dalla finestra pur di non vedere un sovranista prendere la residenza a Palazzo Chigi, per pronosticare come finirà la crisi di governo bisogna domandarsi: la governance europea di chi si fida? Del servizievole ma screditato Giuseppe Conte o di Matteo Renzi, pericoloso ma capace king-maker di figure istituzionali di sicuro calibro, come è stato con Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e Paolo Gentiloni alla Commissione europea? Qui sta la sostanza della partita in corso. Tutto il resto è teatro d’intrattenimento, avanspettacolo allestito per ottundere i sensi agli italiani. Insomma, niente di serio. Come questa crisi di governo senza capo né coda.