Gli insulti «accademici» a Giorgia Meloni

Il codice di procedura penale definisce il reato di diffamazione, configurandolo come offesa alla reputazione altrui in presenza di terze persone e attribuendogli pene variabili ma sempre pesanti proprio per dissuadere dall’esercitarla, e ciò nonostante la pratica della diffamazione è diffusissima, talvolta subliminale e quindi sfuggente, spesso non ben identificabile e perciò non sempre punita dalla legge. Una progressiva e male interpretata tolleranza – segno della decadenza e della confusione di questi tempi – ha infatti spostato sempre più i limiti oltre i quali, in questo preciso ambito e anche più in generale, non solo non si dovrebbe andare ma, a ben guardare, nemmeno è utile andare. E si sa, l’intemperanza o incontinenza, se associata al furore ideologico o anche semplicemente agonistico, entrambi accecati per definizione, travolge qualsiasi barriera giuridica, figuriamoci cosa se ne fa dei limiti etici. E tuttavia ci si aspetterebbe che da una categoria professionalmente adusa a misurare le parole e a calibrarne gli effetti qual è quella dei professori universitari, questi confini venissero ben rispettati, anche nel loro significato morale. Spesso però vediamo che così non è, e il vizio della diffamazione diventa consuetudine anche in ambiti potenzialmente avveduti.

Il caso del docente di storia contemporanea dell’Università di Siena, tale Giovanni Gozzini, che ha coperto di contumelie il presidente del Partito dei conservatori e riformisti europei, Giorgia Meloni, è emblematico di questa specie di malcostume pulviscolare. Senza essere zittito dagli altri partecipanti alla conversazione, egli ha potuto inveire, con palese autocompiacimento, contro un parlamentare in carica semplicemente per il gusto di offendere, senza cioè muovergli alcuna accusa concreta riguardo ad atti o errori compiuti nella sua funzione istituzionale. La gratuità della denigrazione, analoga al perverso piacere della calunnia.

Agli insulti più beceri e triviali se ne sono affiancati altri più sfumati, ma non meno squallidi, sulla presunta mancanza di letture dell’on. Meloni, secondo il luogo comune che quelli di destra sarebbero sostanzialmente e per definizione ignoranti e non acculturati, mentre a sinistra si raccoglierebbe tutta la crema della cultura, italiana e internazionale. Ora, è vero che la classe politica, più o meno senza distinzioni di parte, sta esprimendo solidarietà a Giorgia Meloni, e questo è ovviamente un fatto positivo, oltretutto non scontato in uno scenario politico avvelenato come quello italiano, ma la causa di questo inqualificabile episodio non verrà, temo, affrontata dalla sinistra. La sua radice è antica e non è mai stata sottoposta ad autocritica: a sinistra si dà per scontato che a destra ci siano quasi esclusivamente persone incolte e superficiali, da associare a stereotipi linguistici tratti dal mondo delle professioni o degli animali. Ma affermare che a destra domina l’incultura è a sua volta dimostrazione di profonda ignoranza oppure di altrettanto profonda arroganza, e poiché gli intellettuali della sinistra non sono ignoranti, è evidente allora che sono arroganti, figli cioè di quell’ingiustificato ma costantemente applicato senso di superiorità che ha sempre caratterizzato il movimento comunista e i suoi dirigenti.

La presidente Meloni non ha bisogno di dimostrare alcunché né ha bisogno di difensori d’ufficio, e quindi quelle frasi ingiuriose sulle sue letture non vanno nemmeno confutate, tanto sono infondate. Tuttavia, non voglio esimermi dal rilevare che fra i parlamentari colti e sensibili alla dimensione culturale, Giorgia Meloni è senz’altro uno dei più attenti e culturalmente preparati, come del resto le viene unanimemente riconosciuto.

E allora, è possibile che il docente che l’ha apostrofata definendola «una pesciaiola che, con ogni evidenza, non ha mai letto un libro in vita sua», non sappia bene chi sia l’on. Meloni, ma è certo che alla base di questo comportamento vi è un senso di impunità che non è semplicemente individuale, appartenente cioè al tale o tal altro, bensì inerisce a un ampio strato di questa categoria un tempo nobile e ora, in buona parte, soltanto snob. Uno strato ben preciso, ben identificato ideologicamente e connotato politicamente, che non costituisce la maggioranza della categoria ma che, per attivismo, visibilità, intimidazione e prevaricazione, è trainante nel sistema accademico. Esemplare in questa chiave è l’episodio del docente dell’Università di Trieste (Guido Abbattista, per coincidenza ma non del tutto per caso anch’egli storico, cioè di area umanistica), che tempo fa in un tweet aveva dato del nazista («un SS, ecco cosa sei») al governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, il quale lo ha immediatamente (e giustamente) denunciato alla magistratura.

L’atmosfera quasi confidenziale di quel programma radiofonico può spiegare come mai un professore universitario si permetta di sbeffeggiare una parlamentare della Repubblica, ma resta ingiustificato l’uso dell’insulto in un ambiente pubblico o accessibile. E allora, perché si è sentito in diritto di farlo? Quelle frasi rivelano molto di più della semplice scriteriatezza di un singolo individuo, segnalando un problema annoso, mai risolto e quindi cronicizzato: il clima ideologicamente tossico che avvolge l’Università italiana, avvelenando i rapporti istituzionali e perfino personali. Questo episodio ha fatto emergere infatti un marciume ideologico sedimentato e diventato normalità, mostrando il livore o per meglio dire l’odio di moltissimi docenti italiani per gli avversari politici e culturali, e nel contempo svelando al pubblico ciò che gli addetti ai lavori sanno da sempre, e cioè che l’Università italiana è farcita di militanti e attivisti di sinistra più o meno estrema. E così la vicenda solleva il sipario di un retroscena culturale e istituzionale inquietante, fatto di connivenze e di omertà, di soprusi e di acquiescenze. Lo storico senese è un imprudente che, immagino o almeno spero, verrà pubblicamente scaricato dai suoi sodali più accorti e più rispettabili, ma che ha potuto eccedere perché c’è un retroterra che gli ha fatto sentire possibile l’esorbitanza e che ha legittimato, nella perversa logica dell’ideologia di sinistra, perfino la derisione.

Negli anni settanta e ottanta, le Facoltà umanistiche italiane sembravano covi di fiancheggiatori dei terroristi, in cui gli aderenti al partito comunista erano considerati di destra (immaginiamoci gli altri) e in cui anche solo il sospetto di simpatie politiche avverse era sufficiente per ostracismi o rappresaglie. Oggi sono piazzeforti blindate, con le facciate ripulite dalla lordura estremistica, ma piene di un analogo disprezzo per «la destra» (con questo termine viene additato l’insieme di tutti coloro che semplicemente non sono di sinistra) e gestite ancora con la vecchia logica bolscevica e gramsciana: filtri di cooptazione rigidissimi, filiazione diretta per via politica o parapolitica, occupazione sistematica delle strutture.

Pochi ne parlano pubblicamente, ma tutti sanno cosa accade in quella specie di isola extra-territoriale che è l’Università italiana, a quale grado di discriminazione e di soggiogamento si è arrivati, come si organizzano le assunzioni non più, come nelle antiche baronie, in base alla formula mista che univa appartenenza e merito, ma ormai solo in virtù dell’appartenenza. Nell’ambiente è cosa nota che la politica accademica sia per lo più accademia politica, e spesso solo politica e basta.

Ma la copertura si sta incrinando e, grazie anche al lavoro di studiosi, giornalisti e politici intellettualmente onesti, sta facendo intravedere la realtà, fatta di demagogia e infingimenti. E la profferta di scuse di un Gozzini ne tradisce un ulteriore piano, che caratterizza, per lo più, la struttura psico-comportamentale e ideologico-politica dei settori umanistici soprattutto: la retorica buonistica come patina tribunizia per nascondere la prepotenza della prassi. Proliferano i paladini delle best practices, i custodi delle buone pratiche, i denunciatori dei «discorsi d’odio», che spesso però si rivelano essere – come certamente nei casi citati – pronunciatori di insulti e di espressioni odianti. Gli Atenei sono zeppi di «codici etici» – e la cosa in sé sarebbe positiva –, ma sono infestati anche da coloro che dietro al paravento dell’etica praticano il suo contrario. Forse è il momento di fare qualcosa per emendare queste emergenze negative, e poiché l’autonomia degli Atenei è intangibile, è dal loro interno, dai loro organi di governo e dal Ministro che li sovrintende, che deve partire un’operazione di rispetto concreto e onnilaterale, di trasparenza reale e non solo ideologicamente camuffata.