L’europeismo di Matteo Salvini non è una fake news

Uno spettro si aggira sulla destra italiana: il voltafaccia della Lega di Matteo Salvini alla causa del sovranismo antieuropeista. L’universo frastagliato, e frastornato, della sinistra è andato a nozze con la polemica scatenata intorno alla sospetta folgorazione del leader leghista sulla via di Bruxelles. L’allegra (mica tanto) combriccola penta-democratica ne ha fatto un falso bersaglio per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fallimento delle politiche anti-pandemiche del Conte bis. Ma anche la costola conservatrice della destra plurale, rappresentata in Parlamento da “Fratelli d’Italia”, non ha disdegnato di usare la promessa infranta da Matteo Salvini di non mettersi con i servi sciocchi degli euro-poteri forti, per trarne un vantaggio elettorale. Gli estimatori della Lega 2.0 se non capiscono, almeno si adeguano.

C’è poi la destra liberale, che non è una chiesa e non riconosce dogmi ma solo dubbi attraverso cui azionare il motore della storia. Quanto basta per interrogarsi su cosa sia accaduto e sul perché il campione del sovranismo in Italia abbia deciso di abbandonare il ring del confronto con gli avversari per entrare nel Governo del tutti-insieme-appassionatamente. È più di una curiosità intellettuale: è un imperativo della ragione che promana da un dovere etico. Penserete: ma cosa c’entra la morale? C’entra, eccome. E attiene alla pessima abitudine che dilaga nel mondo della comunicazione di trattare questioni complesse con assoluta superficialità e con un’indecorosa propensione al gossip. Benché sensibilmente scaduta nella qualità, la politica resta una cosa seria. Perciò bisogna averne rispetto.

Nel caso della Lega al governo con la sinistra, sostenere che sia stata una partita vinta dall’ala para-democristiana e filo-europeista capitanata da Giancarlo Giorgetti su un depresso e disorientato Matteo Salvini è un’idiozia. Come lo è, con l’aggiunta di una robusta dose di maliziosa volgarità, asserire che la resa della Lega a Mario Draghi sia stata determinata da una crisi di astinenza da poltrona governativa. Appare, invece, sensata la giustificazione che è trapelata dalle fila stesse dello stato maggiore dei devoti del mitico Alberto da Giussano: il cambio di posizione sarebbe stato dettato da una realistica presa di coscienza. Avendo avuto conferma che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, non avrebbe concesso il ritorno anticipato alle urne ed essendoci in ballo la partita del Recovery plan, che condizionerà pesantemente il futuro economico e sociale dell’Italia, la leadership leghista si sarebbe limitata a esercitare il buonsenso.

Tuttavia, riteniamo non sia stato il principio di realtà l’unico motivo che abbia spinto la Lega a un cambio di rotta tanto più difficile da comprendere se si continua ad avere di essa un’idea sbagliata. Più comodo rappresentarla come un partito di incolti avvinazzati guidati da un barbaro che riconoscerne la capacità di visione. La Lega è stata ed è specchio del tempo storico segnato dalla parabola della globalizzazione. Specularmente al maggiore fenomeno che ha condizionato il mondo a cavallo tra la fine del Novecento e il nuovo millennio, la Lega di Umberto Bossi ha incarnato la fase ascendente della globalizzazione, mentre la Lega 2.0, di cui Matteo Salvini è mente e cuore, ha rappresentato la reazione immunitaria della società alle molte tossicità che quel fenomeno ha prodotto. Poi, però, è arrivata la pandemia che porterà il mondo a mutare nuovamente. E se il mondo cambia, cambia l’Europa. È ragionevole che anche la Lega si riposizioni. Quale sarà la sua nuova strategia l’ha spiegato con parole chiarissime Lorenzo Fontana, vice-segretario federale della Lega, in un articolo scritto per il numero di febbraio della rivista culturale “Confini”. Scrive Fontana: “Per quanto riguarda l’Unione europea, un punto a mio giudizio dirimente è il netto cambiamento di rotta e la discontinuità con le politiche di austerità e rigorismo che hanno profondamente segnato le economie di alcuni Stati, e in particolare il nostro, fino allo scorso anno”.

L’inversione di rotta di Bruxelles è stata confermata dall’assunzione da parte della Banca centrale europea, fino a un anno fa impensabile, del ruolo di prestatore di ultima istanza in difesa dei titoli del debito sovrano degli Stati membri dell’Ue, in prosecuzione del “whatever it takes” concepito e attuato da Mario Draghi per salvare l’euro nella crisi finanziaria del 2012 e dalla sospensione del Patto di stabilità e della regola del limite del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil che se mantenuto in corso di crisi pandemica avrebbe stroncato l’economia del continente. La Lega ha colto favorevolmente l’inversione di tendenza della governance europea e intende cavalcarla nel senso che, piuttosto di attestarsi a Bruxelles su un’opposizione sterile, prova a entrare nel pacchetto di mischia che muove le leve del potere comunitario. L’obiettivo è di rendere definitivi gli indirizzi strategici adottati dalla Commissione europea in via straordinaria e congiunturale nella fase di diffusione della pandemia.

Sul fronte tattico, Salvini e i suoi hanno valutato che per poter trattare con i partner europei non avrebbero potuto farlo dall’opposizione nel proprio Paese. Certo la Lega, per rimanere in partita, dovrà rinunciare ad alcune delle sue battaglie simbolo ma non è detto che il sacrificio debba costare più del necessario. È il caso della questione dello stop all’accoglienza indiscriminata degli immigrati illegali. Salvini, in versione governativa, sostiene che l’Italia debba adeguarsi ai comportamenti assunti dagli altri Paesi dell’Unione. È un imbarazzante ammaina bandiera di un must della propaganda leghista? Niente affatto. I leghisti hanno colto da alcune cancellerie della zona Ue indizi di una nuova consapevolezza in merito alla necessità della difesa identitaria della civiltà europea che un’immigrazione incontrollata metterebbe in pericolo. Illuminante in proposito il pensiero di Fontana: “La Lega osserva con molta attenzione quello che sta avvenendo in Francia, dove una certa politica anti-identitaria, che considerava l’integrazione un dogma inviolabile, sta cambiando approccio, soprattutto in ragione del dato che molte comunità faticano a integrarsi nella realtà francese”. Tale è il pragmatismo leghista: si interagisce anche con Emmanuel Macron se questi per primo comincia a parlare di “assimilazione” in antitesi al concetto di “separazione messa in atto quando cittadini di origine straniera non accettano le leggi della Repubblica”.

È ipotizzabile che, a seguito del riposizionamento strategico, il nuovo fronte su cui si attesterà la politica leghista rispetto all’Europa sarà il sostegno agli indirizzi liberal-conservatori che prendono piede anche in Paesi finora soggiogati al mainstream del progressismo multiculturalista e anti-identitario. Su temi centrali come la spinta alla ripresa della natalità, il puntello normativo alle politiche in favore della famiglia, l’incentivazione alla partecipazione alla proprietà privata del maggior numero possibile di persone e famiglie per rilanciare il ceto medio e, di converso, la lotta all’elusione fiscale delle multinazionali da esercitare in sede comunitaria e la riduzione della dicotomia che oggi divide i centri di potere presidiati dalle élite dalle periferie delle grandi città come dell’intero Vecchio continente, incubatrici di nuove povertà, la Lega 3.0 cercherà alleati di là dagli steccati ideologici che hanno marcato il frazionismo all’interno della destra.

Se l’Unione europea del post-pandemia manterrà l’approccio che Fontana definisce “distributista” in opposizione a quello “ordoliberista” di matrice germanica, che ha impedito lo sviluppo dell’edificazione della casa comune europea in spirito solidale e mutualistico, la Lega confermerà il suo riposizionamento strategico verso un’Unione più coesa, pur se connotata nel segno del pluralismo delle identità intracomunitarie. Tale è il modo dei leghisti di stare sul pezzo, come si direbbe in gergo giornalistico. Il problema è semmai degli altri che, si veda i Cinque Stelle, annaspano a restare aggrappati al treno della storia.