Il fondo europeo porterà rinascita oppure inflazione e disoccupazione?

Nota a margine

L’8 febbraio 1975, parlando al “Convegno sulla moneta, oggi” indetto dall’Accademia dei Lincei per celebrare il centenario della nascita di Luigi Einaudi, Friedrich August von Hayek, fresco del premio Nobel per l’Economia, premessa la fallacia della teoria largamente accettata secondo cui  la disoccupazione rilevante è determinata dall’insufficienza della domanda aggregata e può essere curata aumentando tale domanda, affermò: “Questo viene tanto più facilmente creduto in quanto è vero che parte della disoccupazione è dovuta a quella causa e che un incremento nella domanda aggregata porterà, nella maggioranza dei casi, a un temporaneo aumento dell’occupazione. Ma non tutta la disoccupazione è dovuta ad un’insufficiente domanda totale o sparirebbe se la domanda totale fosse maggiore. E, ancora peggio, buona parte dell’occupazione che viene prodotta inizialmente da un aumento della domanda non può essere mantenuta se la domanda resta a quel livello più alto, ma solo se continua a salire” (Friedrich August von Hayek Hayek, “Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee”, 1988, Armando Editore, pagina 213).

Le conseguenze economiche, ma soprattutto morali, implicate dall’affermazione di Hayek, sono evidenti anche adoperando solo il buon senso del padre di famiglia. L’occupazione non può essere considerata un “prodotto” della spesa pubblica a meno che questa sia illimitata e non produca inflazione; a meno che il bilancio pubblico, che alimenta la spesa con i tributi e il debito, sia considerato una variabile indipendente dall’economia reale. L’idea che l’occupazione possa essere determinata dall’economia monetaria viene sposata non perché giusta ma perché facile. Ovviamente queste cose il presidente Mario Draghi le sa così bene da insegnarle a chiunque ed ha provato a farle capire ai deputati e senatori con degli incisi sapientemente inseriti qui e là, a mo’ di massime incidentali, nel suo discorso programmatico. Il punto politico cruciale è se i parlamentari hanno capito o voluto capire la lezione.

In breve Hayek e Draghi, al dunque, sembrano concordare sul fatto che l’occupazione post pandemia dovrà essere sostenuta e accresciuta dagli investimenti produttivi, cioè mediante l’impiego oculatamente economico dei fondi europei, anziché utilizzandoli in spese incrementali “occupazionalistiche”, se il neologismo piacesse per capacità espressiva. Quando il presidente del Consiglio pone l’accento sul debito buono, sulle imprese buone, sull’occupazione buona, sta confermando implicitamente di condividere l’affermazione del premio Nobel, senza per questo diventare un hayekiano certificato. L’alternativa, della quale i politici eccitati dall’abbondanza dei soldi facili e i cittadini ingolositi come Pinocchio sotto l’albero degli zecchini d’oro non sembrano ancora consapevoli appieno, consiste nella stagflazione come negli anni in cui parlava Hayek, cioè disoccupazione più inflazione. Anni tra l’altro, giova ricordarlo, che posero le basi del dissesto finanziario nel quale ancora ci dibattiamo e avviarono il declino che i fondi europei dovrebbero adesso scongiurare. Questo accadrà, Bce o non Bce, se la domanda aggregata non corrisponderà all’aumento reale della produzione e della produttività, bensì al cattivo debito europeo e nazionale. Non sarà la massa montante di fruscianti euro a salvare la nazione che ricostruirà sulla carta.