La cancel culture: una regressione culturale anti-occidentale

Il venerato statista inglese Winston Churchill, la bestia nera di Adolf Hitler, l’uomo che ha forse contribuito di più alla sconfitta del razzismo nazista e fascista in Europa, sarebbe stato “un razzista” e “un suprematista bianco”. È stata questa l’incredibile tesi di una conferenza accademica svoltasi di recente all’Università di Cambridge. Ironia della cronaca, la sala della conferenza era intitolata proprio al grande statista inglese. Forse lo resterà ancora per poco. Tra i relatori della conferenza, il professor Kehinde Andrews ha sostenuto, tra l’altro, che Churchill era la perfetta incarnazione della supremazia bianca” e che lImpero britannico è stato molto peggiore dei nazisti ed è anzi durato molto più a lungo”. Altri intervenuti allo stesso convegno hanno accusato Churchill di avere manifestato opinioni “sessiste e omofobe”. Organizzatrice era la neo-professoressa Priyamvada Gopal, di origini indiane, nota per aver scritto sui social che le vite bianche non contano”. La conferenza è stata solo l’ultima manifestazione di quell’iconoclastia connessa alla “cancel culture”, “cultura della cancellazione” (della cultura occidentale), dove l’antirazzismo tende a divenire razzismo etico politico anti-occidentale e persino razzismo etnico e auto-razzismo anti-bianco. Protagonisti ne sono soprattutto intellettuali (e studenti) occidentali e non occidentali accomunati dall’odio per l’Occidente e la sua civiltà liberale.

Il fatto che Churchill abbia combattuto il nazismo ed abbia dato un fortissimo contributo alla vittoria della democrazia liberale non interessa gli iconoclasti. Il punto – secondo loro – è che Churchill avrebbe combattuto il nazismo “solo per difendere gli interessi dell’Impero britannico” (che dalla Seconda guerra mondiale è uscito poi comunque a pezzi). Imperdonabile sarebbe poi il fatto che sulle questioni transgender Churchill non avesse la visione politicamente corretta degli anni 2000. Così il più famoso antifascista del mondo è ora denunciato come “fascista”. Un paradosso insostenibile e una evidente idiozia.

La cancel culture ha avuto un momento parossistico nell’estate del 2020, quando negli Usa e in Gran Bretagna folti gruppi di studenti e professori hanno vandalizzato, decapitato e fatto rimuovere statue e monumenti di personaggi storici cruciali nella storia dell’Occidente. La morte del cittadino afro-americano George Floyd a Minneapolis, il 25 maggio 2020, in seguito ad un criminaleplaccaggio” di alcuni poliziotti, fornirono loro la giustificazione ed il pretesto per quelle azioni iconoclaste. Al grido di “black lives matter” (“le vite dei neri contano”) si sono presentati come ispirati ad un furore antirazzista puro e duro. In quei giorni in varie località degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sono state attaccate, vandalizzate e decapitate tra le altre le statue di Cristoforo Colombo, di Thomas Jefferson uno dei padri della democrazia americana, di Abraham Lincoln, il presidente americano che abolì la schiavitù, e tuttavia ritenuto “uno schiavista”. A Londra fu attaccata la statua di Churchill. Il premier inglese Boris Johnson difese le statue affermando che esse “ci insegnano il nostro passato con tutti i suoi errori”, ma il sindaco di Londra, il musulmano di origine pakistana, Sadiq Khan, istituì una commissione per la rimozione di statue “che non riflettono i valori londinesi” (sic!). Per “valori londinesi” bisogna intendere le ubbìe del politicamente corretto, tra cui l’antirazzismo esteso fino a colpire chiunque e in particolare i difensori dell’Occidente.

Nel Ghana all’Università di Accra fu attaccata persino la statua di Gandhi: il Mahatma è stato accusato di avere espresso – quando visse in Sudafrica – dei giudizi critici sugli africani, e benché si battesse anche come avvocato in favore dei nativi, sarebbe stato “il simbolo del compromesso tra i nativi e i bianchi occidentali”. Tutti quei celebrati personaggi– secondo gli iconoclasti americani ed inglesi – in vita non sarebbero stati esenti da opinioni e comportamenti razzisti e schiavisti, sarebbero perciò simboli del razzismo e dello schiavismo ritenuti – ed è questo il punto cruciale – “insiti alla storia ed alla cultura dell’Occidente” che porterebbe in sé i geni stessi di un “razzismo sistemico”.

A ridosso del movimento iconoclasta dell’estate scorsa, molti intellettuali e politici si sono sentiti obbligati a solidarizzare esso e a compiere un singolare rito penitenziale e di purificazione interiore: quello dell’inginocchiamento. Per primi ad inginocchiarsi sono stati la speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, e altri parlamentari democratici americani. Subito dopo, il gesto penitenziale dell’inginocchiamento si è ripetuto nel Regno Unito e, successivamente in vari parlamenti d’Europa, tra cui quello italiano. Lo spettacolo era istruttivo: vari esponenti della sinistra politica occidentale imploravano perdono in nome dell’intero Occidente e proclamavano che l’intera civiltà occidentale nel suo insieme doveva pentirsi e chiedere perdono a tutti i non occidentali. L’omicidio di Floyd veniva presentato come una colpa dell’intero Occidente e come conseguenza della sua storia e della sua natura perversa, del razzismo insito nel suo stesso “sistema”, appunto il presunto “razzismo sistemico”. I protagonisti comunicavano anche che chi si inginocchiava era diverso e migliore degli altri occidentali, era “più virtuoso”, “un giusto”. Come a dire: “L’unico occidentale giusto è l’occidentale che fa penitenza”. Davanti a chi si inginocchiavano quei penitenti?

La risposta appare chiara: non alla memoria del povero George Floyd – come proclamavano – ma a quella nuova divinità impersonale e multiforme che presiede alla nuova religione civile del “politicamente corretto”: l’odio per l’Occidente. Si tratta di una religione che tra i suoi dogmi assume che i geni del razzismo e del fascismo sarebbero intrinseci ed onnipresenti nella storia, nella tradizione, nella cultura e, quindi nel destino stesso dell’Occidente; una civiltà, dunque, da cancellare perché irrimediabilmente colpevole e pericolosa per l’umanità intera. Una balla colossale, ma che ha trovato negli intellettuali del Novecento vari avvocati di grido e famosi cattivi maestri: dai neo-marxisti francofortesi, ai terzomondisti, ai fautori relativisti di un nichilismo attivo, ai decostruzionisti, ai multiculturalisti. Le etichette sono molte, ma l’obbiettivo era comune: la distruzione della “colpevole” cultura occidentale. Tutte queste tendenze auto-distruttive sono confluite in un primo tempo nei movimenti sessantotteschi e poi in quella nuova Vulgata e in quel codice etico-politico che è il cosiddetto politicamente corretto.

Il fenomeno della cancel culture è nato negli ultimi decenni del Novecento nelle Università americane e inglesi, dove da allora sono sotto vaglio moralistico le opere dei grandi autori della letteratura, della filosofia e delle arti euro-occidentali. Molti di essi sono stati condannati alla damnatio memoriae e spesso cancellati dai piani di studio. L’elenco degli scrittori, filosofi ed artisti occidentale presi di mira sarebbe lungo. Tra essi ci sono stati persino Omero, Ovidio, Dante, Shakespeare, Platone, Aristotele e altri celebrati autori del canone occidentale. L’aspetto più inquietante della vicenda non è tanto il fatto, pur allarmante, che ci siano tanti giovani che ignorano la storia e non solo quella. È molto più allarmante il fatto che professori universitari insegnino a futuri esponenti della classe dirigente dell’Occidente che il criterio di giudizio storico-politico possa essere il moralismo anacronistico, cioè basato su criteri contemporanei e per giunta moralistici. Il fenomeno è un segno di inquietante regressione culturale, dato che tutte le scienze moderne, naturali, sociali e umane, sono nate con la loro autonomizzazione dal giudizio etico-religioso. La modernità stessa e ogni pensiero moderno sono nati con quella autonomia. Alcuni di quei professori insegnano quella vera barbarie pre-moderna ai giovani per propria insipienza e inclinazione. Altri si lasciano trascinare dal “movimento” per opportunismo e per timore di andare contro la corrente del politicamente corretto. Non si sa cosa sia peggio.