Pigioni o prigioni: l’attacco dello Stato alla libertà di contratto

Nota a margine

Le locazioni urbane, secondo il linguaggio della legislazione burocratizzata, ovvero gli affitti delle case, secondo l’espressione di quelli che parlano come mangiano, sono la cartina di tornasole del liberalismo italiano. A me, liberale con una grossa “e” finale, il coacervo di leggi, regolamenti, provvedimenti, prassi in materia d’affitto degli appartamenti di civile abitazione appare immondizia giuridica sparsa sulla sacrosanta libertà di contratto, senza la quale anche la proprietà privata delle case finisce senza tutela. La libertà di contratto deve essere esercitata nei limiti formali del diritto. Giustissimo! Dopo che due adulti consapevoli hanno stretto un accordo per regolare l’uso dell’appartamento che l’uno affitta all’altro, dopo che lo hanno registrato, dopo che hanno pagato le tasse di registrazione e l’imposta sul reddito, ogni eventuale contestazione sulle clausole contrattuali spetta al magistrato.

Per contro in Italia al Parlamento, ai deputati e ai senatori, è concesso dalla Costituzione, che non mi stanco di definire perciò illiberale, il potere di costituire, modificare, estinguere rapporti giuridici sorti tra privati che fanno affari tra di loro nel rispetto della legge. Il mostruoso paradosso della legislazione parlamentare sugli affitti consiste nel fatto che le Camere posseggono una sorta di “superlibertà contrattuale” in virtù della quale possono sostituire alla volontà dei contraenti la volontà dei parlamentari che approvano la norma sostitutiva, modificativa, soppressiva delle clausole concordate dalle parti. Fu detto in passato che il Parlamento poteva ormai far tutto fuorché mutare un uomo in donna e viceversa. Di recente parrebbe esserci riuscito, anche in questo. L’idea e l’ideale dell’onnipotenza parlamentare sono diventati parte integrante della teoria e della pratica del parlamentarismo contemporaneo. Nel 1990 dedicai un libro (“Orazione per la Repubblica”) agli abusi che la Costituzione consente contro le nostre libertà. Nel 1994 presentai alla Camera il disegno di legge costituzionale “Protezione costituzionale della libertà di contratto”, che Vittorio Mathieu ebbe la generosità di considerare “l’unica cosa da salvare della XII legislatura”. Perciò posso ripetere ancora oggi la domanda di allora: “Onorevoli deputati e senatori, quando smetterete di stipulare contratti al posto nostro?”.

Le ultime vicende sul blocco degli sfratti confermano il triste e illiberale indirizzo politico e legislativo, che, superfluo precisarlo, viene camuffato come una necessità imposta dalla giustizia sociale. Stavolta la scusa è la pandemia. Orbene, la giustizia sociale designa una cosa che non esiste (per capirci, come la parola strega, chiarisce Friedrich von Hayek) ma serve realmente a “giustificare” ogni manipolazione dei patti legalmente stipulati, cioè del vero diritto, a cui allude il codice civile quando sancisce, magistralmente ma invano, che “il contratto ha valore di legge tra le parti”. Faccio ironicamente notare che la supposta giustizia sociale sta sempre dalla parte supposta più debole che coincide con l’inquilino vero. Pregiudizio anti-proprietario evidentissimo. Meno evidente, a quanto pare, il pregiudizio contro la libertà contrattuale, essenziale per la libertà dell’individuo.

E per finire, quando il magistrato statuisce lo sfratto esecutivo, non esiste certezza che venga eseguito davvero o non venga differito, sia per motivi extragiuridici, sia per mancanza di forza pubblica, sia perché il Parlamento, prevaricando pure sul giudice, sospende gli effetti della sentenza. Così l’autonomia privata viene assoggettata al Parlamento, che può manipolarla a piacere; ai magistrati, che possono interpretarne e distorcerne le clausole inequivocabili per presunti ed extracontrattuali fini di giustizia; ai prefetti che possono provvedere discrezionalmente all’esecuzione effettiva delle sentenze di sfratto. Pure alla faccia della divisione dei poteri. E lo chiamano “Stato di diritto” e “certezza del diritto”!