A che punto è la notte dell’Occidente?

La pandemia di Covid-19 ha rabbuiato ancor più il crepuscolo dell’Occidente e in particolare quello dell’Europa, suo anello debole. La Cina è stata la prima ad entrare e la prima ad uscire dal virus: ha segnato un altro punto a suo vantaggio, mostrando che l’autoritarismo collettivista, nonostante le violazioni di diritti umani, è stato più efficiente delle liberal-democrazie garantiste e individualiste. L’economia cinese nel 2020 è stata l’unica al mondo a crescere (del 2,1 per cento), e nel 2021 dovrebbe crescere – secondo analisti indipendenti – addirittura del 9 per cento. Xi Jinping ha annunciato il 24 febbraio scorso il “miracolo cinese”: avrebbe “eliminato l’indigenza” estrema tirandone fuori 700 milioni di cinesi. È un segno della fase di euforia che sta vivendo la Cina, che vede grazie alla pandemia accorciarsi, di 5 anni, l’ora X – ora il 2028 – in cui la sua economia dovrebbe superare quella americana.

Gli Usa hanno chiuso il 2020 con un Pil a -3,5 per cento e si prevede che ritornerà ai livelli pre-Covid già nel secondo semestre del 2021. Per cui la crescita per il 2021 – secondo le previsioni dell’Ufficio federale del Bilancio – dovrebbe attestarsi intorno all’1,7 per cento e restare su questa media negli anni successivi. Ma c’è chi prevede qualcosa di più, grazie agli stimoli promessi dal neo-presidente Joe Biden.

L’Unione europea ha avuto nel 2020 una contrazione senza precedenti, stimata a -6,3 per cento e prevede per il 2021 una crescita fra il 3,7 e il 3,9 per cento. La maggior parte dei Paesi europei raggiungeranno i livelli pre-Covid entro il 2021. Fanno eccezione l’Italia e la Spagna che non li raggiungeranno nemmeno entro il 2022. Anche prima della pandemia l’Occidente era già in forte declino non solo economico, ma anche strategico, politico e culturale. Dopo essere stato per secoli una civiltà espansiva ed anche aggressiva, è da tempo sulla difensiva sotto un attacco concentrico di nemici esterni ed interni. Una vera guerra culturale è in corso contro l’Occidente, su un fronte esterno ed uno interno. Sembra comunque interrotta la lunga fase di occidentalizzazione del mondo.

La Cina conta sull’arma dell’economia e della tecnologia. Contrappone al modello liberal-democratico occidentale il suo modello autoritario, basato sul primato del collettivo sull’individuo e i diritti umani. L’Islam conta sull’arma demografica e contrappone all’Occidente il suo modello teocratico oltre che illiberale. Sembra oggi (febbraio 2021) molto lontana l’euforia seguita alla vittoria del mondo libero occidentale sul comunismo internazionale. La caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 e l’implosione dell’Impero sovietico nel 1991 indussero allora qualcuno, come lo studioso Francis Fukuyama, a immaginare una “Fine della storia” e una vittoria globale ed epocale della democrazia liberale. A 30 anni di distanza il sentimento prevalente in Occidente è la depressione. Di questa sindrome vi sono tutti i sintomi: auto-colpevolizzazione, auto-denigrazione, perdita della fiducia in sé e nel futuro, indifferenza, disorientamento.

L’Occidente, oggi, pur conservando una notevole potenza economica, militare e tecnologica, e pur rimanendo per molti extra-occidentali la società più attraente, in quanto società del benessere, e insieme dei diritti e delle libertà, anche nei costumi e modi di vita, appare oggi come una civiltà in declino generale. Qualcuno parla anche di decadenza. Ha perduto non solo la sua spinta espansiva, ma anche gran parte della sua influenza e della sua fiducia in se stesso e nel suo futuro. Cos’è successo? Il suo declino generale è conseguenza sia di fatti oggettivi economici e strategici, sia di fatti culturali e psicologici. È conseguenza anche del “risveglio” dei suoi nemici esterni. Ma la sua depressione e la sua perdita di fiducia sono effetto anche, se non soprattutto, della continua opera di decostruzione ed erosione da parte dei suoi nemici interni. In particolare, sono i suoi “chierici”, i suoi intellettuali di vario livello – professori, giornalisti, conduttori radio-televisivi, insegnanti, prelati – a essere protagonisti di un continuo martellante attacco, una guerra culturale, un continuo “processo” alla cultura, alla tradizione ed alle istituzioni occidentali. E, cioè, all’intera civiltà occidentale considerata “colpevole” di tutti i mali passati e presenti in quanto sarebbe portatrice genetica del Male radicale globale, perché avrebbe in se stessa i germi della discriminazione, di un “razzismo sistemico” e financo e i geni del fascismo e del totalitarismo. L’effetto è una generale demoralizzazione delle popolazioni occidentali, una disaffezione verso i propri valori, cristiani, liberali e democratici. Una perdita di orgoglio e fiducia in se stessi e nel futuro.

Sta soprattutto in questa demoralizzazione, più che nella crisi economica, l’origine della crisi demografica da denatalità, dell’indifferenza etica e culturale nei confronti della propria civiltà e della perduta volontà di difenderla e di difendersi dalle minacce esterne. Le Università, specie quelle anglosassoni, sono divenute i luoghi privilegiati in cui si impone come obbligatorio un linguaggio e un pensiero unico politicamente corretto al tempo stesso relativista e intollerante; dove si mettono alla gogna coloro che non si allineano e se ne chiede il licenziamento; dove si cancellano, in base a criteri moralistici, le opere e gli autori più venerati della grande cultura euro-occidentale che si vuole sostituire con opere ed autori allogeni; e dove si diffamano in base a criteri moralistici, anti-storici e anacronistici i grandi personaggi della storia occidentale, dei quali poi nelle piazze si chiede la rimozione di statue e monumenti e la damnatio memoriae.

I media, le case editrici e le scuole sono in gran parte egemonizzati da una ideologia diversitaria e multiculturalista che mitizza e sacralizza le tradizioni, le culture e le identità altrui, mentre svaluta e denigra quelle occidentali; che favorisce la formazione di zone ghetto dove vigono norme e costumi estranei e in contraddizione con le costituzioni liberali locali; che mitizza e sacralizza gli stili di vita e i costumi delle minoranze presunte svantaggiate e discriminate (tra cui quelle Lgbt). Mentre svaluta, denigra e desacralizza quelli legati alla tradizione (compresa la famiglia naturale). Nega il fondamento naturale della differenza sessuale, negando così persino la nozione di natura e il valore della scienza (naturale e no); diffonde il terrore di una imminente catastrofe ecologica mondiale che sarebbe l’esito dell’opera dell’uomo occidentale colpevole di avere diffuso nel mondo l’industria, la tecnologia e la modernità.

Tutte queste tendenze sono entrate a costituire quella nuova Vulgata che è il politicamente corretto, una religione civile intollerante e inquisitoria, che include un codice etico-politico censorio, fatto di molti divieti di linguaggio e di pensiero, derivanti dal suo moralismo metafisico fondato sull’ipostasi di un Male assoluto (la discriminazione, il razzismo e il fascismo) di cui sarebbero portatori infetti i difensori dell’Occidente (da fare tacere ed eliminare dallo spazio pubblico). Per qualcuno ne sarebbero infetti tutti gli occidentali, e persino l’intera razza bianca, dato che quel Male assoluto sarebbe inscritto nei geni della civiltà occidentale e della razza bianca. Dall’antirazzismo metafisico e presunto onnipresente, nasce un razzismo etico politico contro i difensori dell’Occidente e persino un auto-razzismo etnico anti-bianco. Secondo questa Vulgata, la civiltà occidentale sarebbe la più colpevole civiltà perché caratterizzata da una peculiare imperfezione: essa non rispetta perfettamente le sue elevate promesse ed i sublimi principi universalisti del suo umanesimo integrale cristiano e liberale.

Questi principi vanno dagli imperativi cristiani (“ama il prossimo tuo” o “non fare ad altri”) alla loro translitterazione secolare e liberale come quelli kantiani (“non trattare alcuno come mezzo, ma come fine”) per finire ai diritti umani universali. Essi possono riassumersi nella sacralità della speciale dignità di ogni essere umano a prescindere da sesso, etnia, religione, orientamento sessuale, stili di vita e opinioni. Rispetto alle altre civiltà anche più imperfette, quella occidentale avrebbe l’imperdonabile colpa della inadempienza. Poiché la civiltà occidentale non adempie perfettamente ai principi che essa stessa si è posta a proprio esergo iscrivendoli nelle stesse leggi costituzionali, che non sono perfettamente realizzate e anzi spesso contraddette, allora essa sarebbe imperdonabile e incurabile. Si intensifica così per quella discrasia tra ideale e realtà il senso di colpa collettivo. Avviene così che molti intellettuali occidentali proclamano quei principi in teoria ed anzi ne chiedono la realizzazione perfetta, sostanziale e “fino in fondo”, ma in realtà combattono l’unica civiltà che li ha fatti propri, solo perché li realizza “solo” formalmente e imperfettamente. Come se non fosse storicamente accertato che quando si cerchi di realizzarli sostanzialmente e perfettamente, nascono le utopie ideali e da queste, quando si realizzano, gli inferni distopici e reali. La conseguenza logica è che paradossalmente sarebbero preferibili – per la mentalità perfettista – le civiltà che non adottano nemmeno in linea di principio e formale i sistemi giuridico-politici liberal-democratici. Non si finisce così per preferire l’autoritarismo alla liberal-democrazia e la teocrazia alla laicità?

Ci si potrebbe chiedere: nel giudicare l’Occidente non bisognerebbe anche considerare quale fosse il punto di partenza dell’umanità intera e il cammino percorso dall’Occidente dai suoi esordi ad oggi? Era un’umanità caratterizzata da guerre e invasioni continue, dalla violenza esterna ed interna, dal tribalismo, dalla divisione in caste e poi in classi rigide e impermeabili, dallo schiavismo, dalla sottomissione delle donne, dall’intolleranza verso gli eretici. La storia dell’Occidente è stata un lungo processo di graduale e imperfetto avvicinamento ai suoi stessi principi. Il Cristianesimo non è più quello inquisitorio. Lo Stato occidentale non è più quello colonialista e imperialista e schiavista dei secoli passati ed è divenuto pienamente liberale. È stato un processo anche discontinuo. Nel XX secolo dal suo seno è addirittura rinata la barbarie in forme tecnologizzate e mostruose in misura senza precedenti: il razzismo etnico-religioso nel nazismo e nel fascismo, quello sociale di classe nell’Urss comunista, i totalitarismi concentrazionari. Ma quella barbarie è stata – di ogni evidenza – la negazione della civiltà occidentale, non il suo inveramento, come ritengono i suoi nemici interni. Un tentativo dei barbari interni per uscire dalla civiltà liberale, non un suo esito.

Ai chierici antioccidentali bastano invece quelle imperfezioni e quelle discontinuità per giudicare la civiltà occidentale imperdonabile, irredimibile e irriformabile: da cancellare e sostituire con una nuova civiltà. Quale? Si vagheggia una supposta nuova civiltà sincretistica che sarebbe perfetta portatrice di un perfetto “nuovo Umanesimo” onni-inclusivo, capace di includere tutti e che nascerebbe dalla fusione alchemica e dalla somma di tutte le civiltà esistenti. È la nuova utopia del perfettismo democratico erede di quello rivoluzionario, la nuova isola che non c’è, la nuova mitica società senza il Male, senza discriminazioni. Essa sarebbe abitata da una nuova umanità costituita da un “uomo nuovo” senza radici, senza tradizioni, un uomo trans-umano e post-umano. L’utopia diversitaria alberga un sogno di annullamento delle diversità e delle differenze. Sarebbe in realtà il paradiso della Tecnica, dove non regnerebbe un “nuovo umanesimo”, di cui parlano ma il non umanesimo perché l’unico umanesimo concepibile per l’intera umanità è quello universalista liberale. Non ci può essere un “di più” dell’universale liberale perché non c’è nulla più universale dell’universalismo graduale dei diritti umani eguali per tutti gli esseri umani.

A differenza dell’utopia comunista, la nuova utopia diversitaria non può realizzarsi con una rivoluzione politica immediata. Potrebbe realizzarsi solo in tempi storici lunghissimi e solo in Occidente. A volerlo (a dire di volerlo) realizzare sono solo i chierici ed alcuni leader occidentali; e non certo i chierici ed i leader delle civiltà rivali dell’Occidente che da quel relativismo sono immuni e che mirano solo a superare e battere l’Occidente. Con loro i chierici occidentali trovano nel comune odio per l’Occidente motivi di convergenza e di alleanza. Quel sogno è infatti è figlio del relativismo nichilista occidentale ed è in realtà una lunga corsa verso il nulla. Più che dal sogno di una società perfetta i chierici nichilisti sono motivati da un odio irrazionale per la propria civiltà. L’importante per loro è che sparisca la tradizione e la cultura occidentale e con esse l’individualismo e l’umanesimo liberale e cristiano. Si sono dati la missione di eroderla e decostruirla dall’interno con la loro instancabile guerra culturale demolitrice della propria casa natale. È questa la loro passione predominante: vogliono che il mondo occidentale si dissolva lentamente, anche se a prevalere e magari invadere ed egemonizzare l’Europa fossero altre civiltà davvero illiberali come la Cina confuciana, o anti-laiche e teocratiche come l’Islam.

Ma tra gli intellettuali liberal-conservatori e anche tra strati popolari vi sono segni di reazione al loro progetto dissolvitore. La guerra culturale tra l’Occidente ed i suoi nemici interni ed esterni durerà a lungo e vedrà l’Europa in bilico, per una lunga fase tra Occidente e anti-Occidente. È comunque in Europa, anello debole della catena occidentale, che si gioca la partita.