Ripartiamo dalla cultura allora

giovedì 8 aprile 2021


Sono certo che i nostri lettori, colleghi redattori e collaboratori vorranno essere indulgenti verso chi scrive se per questa volta sarà, oltre che prolisso per necessità, anche brutale per volontà, ma desidero riprendere la giusta “crociata” che il nostro direttore Andrea Mancia ha voluto iniziare su questa testata, seguito con efficacia da Alessandro Giovannini, Cristofaro Sola, Claudio Romiti e Lucio Leante. Permettetemi dunque di aggiungermi ed essere anch’io “sesto tra cotanto senno”, o almeno di provarci.

Comincio con una domanda provocatoria: e se la destra (intesa in senso lato) in realtà non la volesse la Cultura? Chiunque non fosse volutamente “non vedente” (cieco non si può dire, è politicamente scorretto) ormai, da longa tempora dovrebbe aver avuto un sentore, un dubbio almeno, che la tanto cercata unità della “cultura” a destra sia l’ultimo dei desiderata da una certa parte politica. Fatto per nulla nuovo ma decisamente peggiorato negli ultimi anni. Innanzitutto, è difficile che un politico di non eccelsa levatura culturale nutra interesse verso la Cultura. Infatti vorrei sapere quanti tra coloro che occupano posti politici di rilievo sono, prima di questo demenziale blocco, andati abitualmente a concerti, mostre, convegni e presentazioni. Quanti ne hanno organizzati? A parte i loro ovviamente.

Ecco sì, perché la Cultura a destra è troppo spesso fatta di ristrettissimi circoli, di veri e propri mini-club dove ci si autoincensa o ci si elogia a vicenda, dandosi cariche e prebende di cartone ma che riempiono i già sin troppo espansi ego di molti, escludendo chiunque altro. Perché? Oh, ma le motivazioni sono semplici, evidenti e varie: la paura di essere messi in ombra, di non risultare competenti, il timore d’essere scavalcati, surclassati, il terrore di avere tra i piedi qualcuno di “ingestibile” e quindi di realmente libero.

Nessuno che abbia un colore politico forte in quel di Palazzo Chigi (e neanche in altri luoghi) vuole avere né dare spazio a un “pensatore libero” che è ben altro da un “libero pensatore”. Quindi, finché esisteranno piccole lobby, consorterie, associazioni culturali chiuse che volutamente, senza ammetterlo in pubblico, ostracizzano e mettono veti a chi opera liberamente e attivamente – ma non come fedele caudatario o militante – non potrà mai esservi alcuna rivoluzione nel campo di una Cultura che non sia e resti appannaggio della sinistra.

I primi a non volere gli outsider – compreso il sottoscritto che va viero di essere tale e di non avere padroni – sono quindi proprio i partiti collocati nell’area di centrodestra, che così si guardano bene dall’aprire a plurime voci, favorendo invece sempre e soltanto i propri fedelissimi, a prescindere poi dalle vere capacità degli stessi. Gli intellettuali liberi non sono voluti, anzi si tende ad emarginarli, a farli passare sotto silenzio, o vogliamo dire invece di quante volte ad eventi organizzati in maniera libera – perché libera deve essere la Cultura che sebbene superiore ai partiti non può mai non essere ascritta a una visione tradizionale – è stato volutamente calato un drappo per nasconderli?

Salvo poi, anche questo succede, riutilizzare idee, progetti e proposte prima ufficialmente o ufficiosamente rifiutate e non considerate. Gli intellettuali, gli operatori culturali, i filosofi, gli scrittori, gli storici, gli artisti di destra sono e continueranno ad essere scollegati, negletti e misconosciuti finché questo giochino perverso farà comodo a coloro che gestiscono i fili della politica istituzionale. L’agorà mediatica ignora facilmente quindi ogni sforzo fatto per spezzare l’assedio che – lo ripeto – non è soltanto da parte della sinistra (gioca facile), ma soprattutto da parte della destra che ha interesse a far passare esclusivamente coloro che osservano la loro fede militante. Sono troppo anarcoide? Meglio così, morirò libero, indipendente e a cavallo di un meraviglioso ippogrifo dal piumaggio iridescente.

Mi pacerebbe molto vedere finalmente ciò che auspica l’ottimo Leante quando scrive: “A tale fine occorre una mobilitazione che produca una convergenza tra le forze intellettuali liberal-conservatrici sparse (scrittori, filosofi, professori di vari livelli, giornalisti, insegnanti, magistrati) con l’obbiettivo generale di lungo periodo di riconquistare “le fortezze e la casematte” (scuola, Università, mass media, case editrici, magistratura) dove permane l’egemonia gramsciana della sinistra. Credo che Mancia colga nel segno quando indica come punto di ripartenza la realtà di “quei cittadini – maggioranza strutturale nel nostro Paese – che si oppongono (spesso in modo istintivo e quasi pre-politico) alle follie multikulti e politicamente corrette” e quando auspica una “elaborazione culturale e della comunicazione” alternativa a quella della sinistra ed in grado di destabilizzare la sua egemonia culturale.

Ne sarei entusiasta se ciò potesse accadere, vorrei davvero vederlo in questa mia esistenza un “nuovo Rinascimento”, ma purtroppo gli odi, le invidie rancorose, i timori meschini, l’ignoranza, l’arrivismo, il servilismo che troppo albergano da decenni nella destra italica non lo consentirà ancora per molto tempo, favorendo così sempre il predominio nichilista dell’avversario. Sia mai che qualcuno pensi che a destra non si sia democratici.

La destra non ha mai capito che è la Cultura che dovrebbe indirizzare la Politica e non il contrario, è la seconda ancella della prima e che senza una valida e libera campagna culturale (dunque politica) non andrà mai da nessuna parte e gran parte di quello che viene oggi sbandierato come tale è “solo vento” o comunque serve al sostentamento di pochi fedeli vessilliferi che “tengono famiglia” e hanno bisogno di notorietà e di uno stipendio. Insomma “il particulare” di cui si lamentava il compianto Francesco Guicciardini non è mai venuto meno da cinque secoli ad oggi.  

Credo infine che L’Opinione e ciò che essa aggrega intorno a sé, più alcuni altri rarissimi e perciò volutamente escluse ed ignorate realtà che gravitano intorno all’area di destra, possano in questo momento farsi portatori proprio di una reale iniziativa di aggregazione tra le forze intellettuali, cercando proprio tra i “reietti dell’ultimo pianeta” le voci libere che oggi gridano nel deserto, inascoltate, senza più paura di essere oscurati, senza più paura di diventare ultimi. Già lo sono.


di Dalmazio Frau