Riforma Cartabia: tanto rumore per nulla

Una riforma da niente. Buona più per la contro propaganda forcaiola a Cinque Stelle e per le campagne ideologiche del Fatto Quotidiano che per cambiare qualcosa nel pianeta giustizia. Tanto rumore per nulla. O quasi. E – spiace dirlo – anche il Governo del bravissimo e apprezzabilissimo Mario Draghi non è riuscito a sottrarsi a questo rito di passaggio. D’altronde, la vera riforma da fare è quella della mentalità dei Pubblici ministeri e a quella potrà forse metterci mano, o una pezza, solo l’intelligenza del Partito Radicale che con i sei referendum fatti sottoscrivere e poi sponsorizzare anche a Matteo Salvini ha aperto un’inedita breccia nel conformismo parolaio da talk-show di repertorio.

La giustizia deve tornare a essere pragmatismo. Non mitologia della lotta tra il bene e il male, comoda scorciatoia mediatica e di carriera in cui è stata sprofondata – con i risultati sotto gli occhi di tutti – dalla casta in toga e dai trombettieri di complemento che credono di essere giornalisti. L’eterna lotta contro fenomeni quali la mafia, la droga, l’arricchimento illecito delle classi dirigenti è un’argomentazione buona solo per buttare in caciara ogni proposta pratica di riorganizzazione dell’Amministrazione giudiziaria quando i nodi vengono al pettine. È come quando a teatro arrivava il deus ex machina seguito o preceduto nelle rappresentazioni post-risorgimentali dal noto siparietto su “Trento e Trieste”. Il siparietto oggi si svolge evocando i nomi dei magistrati – quelli sì – martiri nel contrasto alla criminalità organizzata quasi 30 e passa anni or sono. E che ormai hanno consumato le proprie tombe a forza di rivoltarsi dentro di esse per ogni volta che sono stati nominati invano da qualcuno che dice di agire nel loro nome.

Così come evocare i reati di mafia per affossare ogni tentativo di riforma dei tempi dei processi è altro comodo alibi per non prendersi le proprie responsabilità. Se il 70 per cento dei procedimenti va in prescrizione prima del primo grado di giudizio e il 65 per cento addirittura nella fase preliminare dell’indagine quando nemmeno l’indagato sa di esserlo allora questo può significare solo due cose. La prima è che l’obbligatorietà dell’azione penale peraltro introdotta in Italia dal fascismo con il Codice Rocco è un puro infingimento. Infatti, sono i pm a scegliere quale processo mandare via in maniera più spedita e il criterio di tale scelta è quasi esclusivamente mediatico, con ritenuti riflessi positivi sulla carriera del suddetto pm.

La seconda è che in Procura si fa tanta politica e tanta propaganda ma si batte anche assai la fiacca. Non solo “de minimis non curat praetor”, ma neanche di tutto il resto. C’è la pretesa sacerdotale di amministrare la giustizia a capocchia e c’è il disperato tentativo di mantenere le cose come stanno addossando la responsabilità della paralisi dei tempi dei processi a fattori esterni mai ben determinati relegando la magistratura a eterna vittima di questi eventi.

Troppo comodo così. D’altronde, non esistendo alcuna responsabilità civile per gli eventuali errori di questo tipo di pubblici funzionari che si ergono a padreterni di queste asserite lotte alla criminalità organizzata – e che spesso danno il via a una vera e propria fabbrica di errori giudiziari sempre da giustificare nel nome della lotta alla mafia o ad altri fenomeni criminali – è chiaro l’interesse di corporazione a mantenere tutto così come è.

Se si pensa a questo stato di fatto per ora apparentemente immutabile – e non è detto che questi referendum anche se votati a furor di popolo cambino qualcosa – si capisce come tale accapigliamento di mezza estate su questa minima riforma della pur brava ministra Marta Cartabia rischia di essere il solito fumo da buttare negli occhi dell’opinione pubblica. Uno shakespeariano “tanto rumor per nulla”, per l’appunto.