Canale Durigon

La sinistra, rimasta a corto di idee per il bene del Paese, rispolvera un evergreen dal suo vasto armamentario demagogico: la mobilitazione contro il pericolo fascista. Stavolta a farne le spese è il sottosegretario leghista all’Economia del Governo Draghi, Claudio Durigon, colpevole di aver proposto di intitolare il parco pubblico della città di Latina, oggi dedicato ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ad Arnaldo Mussolini, fratello minore del Duce. La combriccola male assortita di Partito Democratico, Cinque Stelle e Liberi e Uguali ha chiesto (e ottenuto) le dimissioni dall’incarico ministeriale del politico tacciato di simpatie fasciste.

Bersaglio grosso centrato: mettere in difficoltà Matteo Salvini che negli ultimi tempi sembra aver perso il tocco magico che ne aveva caratterizzato la fase dell’ascesa sulla scena politica nazionale. L’assalto a Durigon è stato una trappola e il leader leghista c’è cascato con tutte le scarpe. Dopo un timido tentativo di rispondere all’attacco rilanciando sulle dimissioni della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese – ipotesi lunare fin quando al Quirinale stazionerà l’attuale inquilino – Salvini ha ceduto al pressing interno al partito dell’ala draghiano-nordista per indurre il “reo” a fare abiura e lasciare “spintaneamente” lo scranno ministeriale.

Ma cosa avrebbe fatto Durigon di tanto orribile da meritare un simile trattamento? È la sera del 4 agosto. In un clima notturno reso rovente dall’anticiclone africano, nel piazzale Loffredo di Capo Portiere a Lido di Latina si tiene un comizio organizzato dalla locale sezione della Lega nell’ambito delle iniziative per la raccolta firme per i sei quesiti referendari sulla giustizia. Ospite d’onore il segretario federale Matteo Salvini che lì conclude il mini-tour referendario in provincia di Latina, cominciato poche ore prima in piazza XIX Marzo a Cisterna, nel cuore dell’agro pontino.

Sul palco non si scorgono temibili camicie nere ma solo bianche “Emporio Armani” sbottonate altezza diaframma. A prendere la parola per presentare l’ospite è il ras leghista del luogo, Claudio Durigon, un ragazzone cinquantenne antitesi antropologica del “pariolino” figlio di papà, con un fisico da contadino veneto ma con inflessione e linguaggio da “burino” della provincia laziale. Durigon discende da coloni del Nord portati da Mussolini nell’agro pontino, dopo la grande bonifica degli anni Trenta, per compiere quel miracolo agricolo che ancora oggi è la campagna del basso litorale laziale. I suoi natali non li si rintraccia nelle epiche gesta dannunziane dell’impresa fiumana e neppure nelle adunate “sansepolcriste” impreziosite dalle iperboli futuriste di un Filippo Tommaso Marinetti ma nelle ruvide pagine di memoria di Canale Mussolini, la fatica letteraria di Antonio Pennacchi.

Claudio nasce nel 1971 a Latina, per cui non avrebbe potuto esserci in quel dicembre del 1932 quando fu inaugurata la “fascistissimaLittoria – denominazione cambiata in Latina dopo la fine della Guerra – ma i suoi nonni sicuramente ci saranno stati proprio come i Peruzzi, la famiglia protagonista della saga di Pennacchi. Durigon di quelle origini rurali è fiero, tanto da ricordarlo a Salvini nella presentazione al comizio. È dunque l’orgogliosa rivendicazione di una storia familiare e comunitaria la chiave per comprendere la proposta, all’apparenza inopportuna, lanciata dal parlamentare leghista: tornare a intitolare il parco cittadino di Latina, attualmente dedicato ai due magistrati uccisi dalla mafia, ad Arnaldo Mussolini.

La sinistra, maestra di manipolazione, l’ha raccontata come se un redivivo gerarca di provincia, agghindato in orbace, volesse sovvertire l’ordine costituzionale riabilitando con un’intitolazione la storia del fascismo. È falso. L’abusata memoria di Falcone e Borsellino è stata associata al giardinetto comunale soltanto nel 2017, quando il sindaco di Latina, Damiano Coletta, ha cancellato la decisione di un suo predecessore, Ajmone Finestra, che nel 1996 con l’apposizione di una targa commemorativa intese ribadire la dedica dello spazio verde ad Arnaldo Mussolini, che sopravviveva dal 1934. Finestra, negli anni Novanta, amatissimo sindaco dai cittadini del capoluogo laziale, volle mantenerne l’intestazione originaria perché Arnaldo Mussolini, morto nel 1931, fu ispiratore di molte leggi agrarie e di leggi istitutive dei parchi nazionali. Il cambio di nome imposto dall’Amministrazione di sinistra nel 2017 è stato invece un atto in stile “Cancel culture”, un assurdo processo di rimozione della memoria che non aiuta le persone a sentirsi più democratiche, in compenso tende a recidere il senso identitario di appartenenza alle comunità territoriali.

Durigon con la sua richiesta non ha puntato a un ritorno del fascismo ma a una ricucitura della storia, con le sue luci e le sue ombre, i suoi abissi e le sue altezze. Guai se cominciassimo a negare ciò che del nostro passato non ci piace e a distruggere ciò che lo ricorda: saremmo come i talebani che, in preda a un malato furore ideologico-religioso, fanno saltare con la dinamite le reliquie dell’antichità. Non ci stiamo a questo gioco al massacro. Immaginate se, con lo stesso criterio, dovessimo rimettere in discussione gli eventi storici che hanno condotto all’unità d’Italia. Chi oggi dubiterebbe dell’unità della nazione? Eppure, quell’unità è stata portata sulla punta delle baionette piemontesi. Nel Mezzogiorno le bancarelle di libri vendono pamphlet che narrano di orrori compiuti dall’esercito sabaudo in danno delle popolazioni del Sud conquistato. Che si fa? Buttiamo giù le statue di Giuseppe Garibaldi e dei Savoia? Mettiamo all’indice le opere letterarie dei politici e degli intellettuali del Risorgimento?

Hanno ragione Giuseppe Basini e Cinzia Bonfrisco che, in un articolo scritto a quattro mani per L’Opinione sul caso Durigon, denunciano il tentativo di questa sinistra pseudo-democratica di riabilitare il comunismo attraverso la via obliqua di una anacronistica unità antifascista. E poi, con tutto il rispetto per la sacra memoria dei due magistrati eroi, non è pensabile che la storia d’Italia si riduca, nella toponomastica, a un unicum Falcone-Borsellino. Ci sono stati quasi tremila anni di costruzione di una civiltà che è stata faro per l’umanità che non meritano di essere cancellati con provocatori colpi di spugna. Ci provò, qualche anno fa, la signora Laura “genuflessa” Boldrini a chiedere che il nome e il volto di Mussolini venissero cancellati da tutte le raffigurazioni pubbliche e dalle installazioni artistiche presenti in Italia. In quella circostanza, la “compagna” Boldrini rimediò una sonora spernacchiata coram populo. Attualmente le cose sono cambiate: le correnti negazioniste della tradizione, nate negli Stati Uniti, hanno varcato l’Oceano e sono approdate in Europa. È necessario che la destra vi faccia fronte. E non a chiacchiere.

A Durigon non si sarebbe dovuto chiedere di fare il passo indietro preteso strumentalmente dalla sinistra. Non è solo questione del personale destino politico del “Fra Tuck” della pontina. In gioco ci sono i valori storici e ideali sui quali non senza difficoltà un visionario Salvini della prima ora è riuscito a fare breccia nella storica diffidenza di buona parte degli elettori del Sud nei confronti delle istanze leghiste. Il successo elettorale della Lega è stato reso possibile da quel cambio di prospettiva valoriale che oggi il siluramento di Durigon rischia di mettere in seria discussione. È inutile girarci intorno: Matteo Salvini, scaricando Durigon, ha commesso un errore politico colossale. Passi l’ossessione giorgettiana di restare aggrappati alla giacchetta di Mario Draghi a qualsiasi costo; passi qualche ammiccamento di troppo del segretario leghista agli atavici egoismi regionalistici di cui si è nutrita la Lega di Umberto Bossi al tempo del “celodurismopadano, ma cedere sui valori asseverati a patrimonio condiviso dai vecchi e nuovi aderenti al progetto leghista nella versione del sovranismo, rischia di condannare l’originalità dell’esperimento salviniano alla medesima cattiva sorte toccata ai Cinque Stelle: diventare il nulla nella considerazione dell’opinione pubblica.

Riguardo alla sinistra, individuato il punto debole del leader leghista non si fermerà a questo primo risultato raggiunto a proprio vantaggio. Dopo Durigon metterà nel mirino qualche altro leghista che naviga controcorrente. E Salvini che farà? Continuerà a cedere pur di restare legato alla greppia di Mario Draghi? Attento, Matteo. A furia di offrire la testa al boia, prima o dopo si finisce decollati.