L’elezione diretta del capo dell’Esecutivo

L’ormai prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica rende d’attualità una riflessione sul ruolo di questa istituzione e, più in generale, sul ruolo, la formazione e i poteri dell’Esecutivo. Voglio soffermarmi su questo punto perché, se probabilmente è vero che la presenza di un uomo come Mario Draghi rafforzerebbe ulteriormente il peso della presidenza della Repubblica, fino quasi a prefigurarne un cambio di ruolo, non è detto che ciò debba essere considerato negativamente (data anche l’assoluta correttezza istituzionale dell’uomo).

I cambiamenti istituzionali, oltre alle rigide norme che li regolano, debbono sempre essere preceduti da una maturazione politica che li renda possibili, oltre che augurabili e, in questo senso, Draghi presidente potrebbe essere, ferme restando tutte le garanzie procedurali, una sorta di suggerimento, una semplice ma forte indicazione, a considerare una evoluzione della nostra democrazia verso uno Repubblica presidenziale, che io considero auspicabile per due ordini di motivi. Il primo è evidente: rendere finalmente più stabile l’Esecutivo (in Italia i governi, in media, superano di poco l’anno di vita) così da poter affrontare i problemi con una visione a più lungo termine, senza l’assillo continuo di puntellare una maggioranza instabile, cosa che attualmente, nelle quasi sempre necessarie coalizioni, continuamente si verifica per le esigenze contraddittorie di visibilità dei partiti, fatto che rende l’azione governativa troppo compromissoria e di norma frammentaria. Il secondo, meno evidente, ma forse persino più importante, è quello di restituire il suo ruolo al Parlamento. Nelle democrazie parlamentari il Governo si regge e si legittima sulla fiducia delle camere e questo comporta che, molto spesso, un deputato di maggioranza non possa votare liberamente contro una legge, a cui pure sarebbe in coscienza contrario, perché questo potrebbe mettere a rischio la stabilità del Governo (e il contrario se è all’opposizione). Questo comporta che la disciplina dei gruppi di partito diviene prioritaria, vanificando in gran parte la libertà dei rappresentanti del popolo e il ruolo stesso del Parlamento (Winston Churchill lamentava di dover ammettere che, un sistema puramente parlamentare, poteva funzionare solo se c’era “the whip”, la frusta, a controllare i deputati).

In una Nazione in cui però il capo dell’Esecutivo sia legittimato direttamente dal voto popolare, il Parlamento può approvare e disapprovare, insomma legiferare ed esercitare un reale controllo, con ben maggiore libertà, perché il Governo è comunque sempre al riparo ed è questa la ragione per cui il Parlamento americano è quello che si trova ad assomigliare maggiormente all’idea originale di Parlamento. Negli Stati Uniti la separazione dei poteri, tra Esecutivo e Legislativo, è reale e questo fa sì che, molto spesso, il presidente debba discutere e concordare per davvero il sostegno a una legge con i gruppi parlamentari e perfino con ogni singolo deputato o senatore. Il che, se ci si pensa, rende davvero il Parlamento americano un luogo dove si discute e si decide.

Non è però essenziale che il capo dell’Esecutivo sia necessariamente un presidente della Repubblica eletto dal popolo, potrebbe anche essere il primo ministro, con un capo dello Stato di garanzia e simbolo dell’unità nazionale (con funzioni uguali, insomma, a quelle di un Re costituzionale) ma è necessario che sia comunque un premier eletto direttamente in elezioni generali, se si vuole un Esecutivo stabile e un Parlamento realmente sovrano.

Nell’immediato Dopoguerra, dopo vent’anni di Governo Mussolini, vi era un’enorme e acritica diffidenza verso ogni forma di Governo forte o semplicemente troppo solido per cui, nel disegnare l’assetto costituzionale, si esagerò nel farlo dipendere completamente da ogni “sbalzo d’umore” parlamentare. All’epoca della costituente, Piero Calamandrei, inutilmente, fece notare che il sistema americano, con i suoi pesi e contrappesi, realizzava già un modello utilizzabile di stabilità e democrazia, da noi si volle invece dar vita a un parlamentarismo perfetto che però, come avrebbero dimostrato i decenni seguenti, sarebbe sfociato nel suo opposto e cioè in un Parlamento privato praticamente dei suoi poteri sulla formazione delle leggi per poter dare – senza peraltro riuscirci realmente –un minimo di stabilità ai governi.

Le leggi di iniziativa parlamentare, sfavorite da regolamenti delle Camere tutti tesi ad assicurare praticamente solo l’azione governativa, sono ormai veramente poche e l’attività parlamentare si limita quasi (e anche lì con poco successo) agli emendamenti, ma senza che questo abbia dato stabilità ai governi: ben 67 in 74 anni di Repubblica. L’elezione diretta del capo dell’Esecutivo, specie se accoppiata ad una riforma elettorale non semplicemente maggioritaria (un sistema proporzionale con premio di maggioranza, specie se senza preferenze, ha qualcosa di contraddittorio in sé e aumenta inoltre il peso della partitocrazia) ma basata sui collegi uninominali come nel Regno Unito, nell’Italia giolittiana o nelle proposte del referendum Segni, risolverebbe invece davvero il problema. Un problema che non possiamo non porci, se solo pensiamo alle difficoltà a confrontarci, avendo rappresentanti sempre diversi, con Paesi che hanno invece governi stabili (specie in Europa) o alle difficoltà che hanno ministri che cessano dall’incarico prima ancora di finire il necessario apprendistato.

In materia di elezioni parlamentari, poi, la mancanza di ogni possibilità per l’elettore di scegliere l’eletto con l’attuale legge, non comporta solo la mancanza di ogni rapporto diretto di rappresentanza, ma anche il rischio di selezionare le candidature principalmente sulla base della fedeltà, vera o presunta, alle segreterie dei partiti mentre, in un collegio uninominale, le qualità personali del candidato diventano importanti, perché possono fare la differenza tra la vittoria o la sconfitta. Un capo dell’Esecutivo eletto direttamente dal popolo e un Parlamento eletto in collegi uninominali: così riformerei l’assetto istituzionale del nostro Paese e credo che il centrodestra, ma soprattutto quella Lega convintamente liberale che – a mio personale giudizio – ne è diventato il naturale asse portante, dovrebbe intestarsene il progetto, avendo presente non solo il presente, ma anche lo sviluppo futuro e il ruolo in Europa della Nazione.

Fu ripresa da Alcide De Gasperi una significativa frase di James Freeman Clarke: “L’uomo politico guarda alle prossime elezioni e al successo del proprio partito, lo statista alla prossima generazione e al successo del proprio Paese”. Bene, fermo restando – con un po’ di necessario spirito pratico – che le elezioni è meglio comunque vincerle, individuare una strada per modernizzare il Paese, con un occhio allo sviluppo e al rafforzamento della sua democrazia (oltre che alla difesa, ferma e costante, della libertà di ognuno), è in ogni caso cosa giusta e decorosa e vale la pena di rifletterci, anche se siamo sempre distratti dalle cure pressanti del presente.