Candidati capilista come specchio della crisi dei partiti

La vicenda del capolista del centrodestra al Comune di Milano è nota e non ci torniamo sopra non per (falsi) pudori o per interessate negligenze ma, semplicemente, per la non novità delle storie (o storielle) a cominciare dalla assoluta non conoscenza di Luca Bernardo, spuntato all’improvviso dopo giorni e giorni di silenzio.

E già questo la dice lunga sulla crisi di fondo, che è quella non del partito o dello schieramento, ma dei partiti nel loro complesso, crisi dalla quale deriva la generale scontentezza degli elettori, delusi dalla politica tout court giacché il suo mercato sulla base di programmi, di progetti e di discussioni (soprattutto interne) è sostituito da schermaglie, battibecchi, slogan, dimostrando una chiusura che si aggiunge all’indifferenza di fondo.

È la crisi dei partiti a cominciare dalla “membership” ovvero dalla iscrizione ai medesimi e, va da sé, dal bagaglio insostituibile di vita e attività partitiche che la democrazia interna presuppone ma, ormai, con l’avvertenza che i partiti come strumento della democrazia ne sono diventati la sua negazione interna, proprio per mancanza di dialettica sostituita da una leaderismo che non può garantire e sviluppare quella identità riconoscibile e indispensabile nel confronto (e nell’eventuale consenso) con l’elettore.

In un quadro del genere, anche la poco discussa (e per molti osservatori discutibile, se raffrontata alla figura del sindaco uscente Beppe Sala) scelta del capolista, vedi appunto il caso di Milano, oltre a passare dalle forche caudine dei dissidi interni, deriva dalla fragilità dei partiti stessi impoverendo la Polis e, ciò che aggrava il quadro, svuotando di ogni discussione e dibattito la vita interna di partito-movimento e di alleanza, al punto tale da obbligare al ricorso di figure esterne (e sconosciute ai più) per la guida della lista, che è di per sé la figura emblematica di una appartenenza sulla quale richiamare attenzioni e consensi.

Lo scavo compiuto dall’antipolitica e dai suoi fautori, ultimi i grillini, è stata la cosiddetta missione compiuta lasciando macerie sulle quali, ironia o fortuna della sorte, proprio i pentastellati conosciuti per la loro totale incompetenza, hanno infine gettato sabbia e negazioni, autocondannandosi alle seduzioni governative e infine denegando, a parte il leggendario ma innocuo Dibba, la tragicamente ridicola voluttà di distruzione dei partiti, compiendo una stupefacente inversione di rotta allo scopo di “cancellare le tracce di ciò che sono stati per mostrare affidabilità, certificando l’inaffidabilità della propria vita precedente”.