Il comandante Draghi e il timoniere Brugnaro

A chi ha lo sguardo politico lungo, non può essere sfuggita la recente intervista rilasciata venerdì scorso al Tg2 Post da Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia e presidente di Coraggio Italia. Cosa ha detto? Più o meno questo: Coraggio Italia è il partito del fare, del lavoro, un partito pragmatico, che cerca soluzioni concrete a problemi concreti, animato da persone competenti, con visione asciutta della società e dell’economia. Per tutti questi motivi “Coraggio Italia è il partito “per” Draghi”, che riconosce in lui l’uomo giusto per guidare l’Italia.

Diciamolo subito: nelle parole del sindaco ci sono ancora alcune timidezze politiche. Tuttavia, da esse traspare una volontà sufficientemente chiara, ossia costruire “con” Draghi una nuova realtà politica, che trovi “in” Draghi l’asse portante.

Fra “il dire” e “il fare” c’è di mezzo il mare, recita un vecchio adagio, e nel detto e non detto di Brugnaro di mare da solcare ce n’è parecchio. Il porto è ancora lontano e lui, da uomo di mare, sa bene che non tutti quelli indicati sulle mappe possono essere raggiunti. Il motore si può inceppare, le onde si possono alzare, può arrivare il libeccio e la barca può essere costretta a virare. Ma l’esplicita apertura al presidente del Consiglio dimostra quanto meno una cosa: che l’àncora è stata levata.

D’altra parte, che le cose stiano più o meno in questi termini lo testimoniano i fitti incontri romani che si stanno susseguendo in questi giorni tra chi non si riconosce, da un lato, nella politica sovranista e urlata di Lega e Fratelli d’Italia e, dall’altro, nella politica populista e collettivista del Partito Democratico, del Movimento Cinque Stelle e della sinistra più radicale.

Su queste colonne, per parte mia, il progetto che ora sembra muovere passi concreti è stato auspicato da tempo. Non per marcare un’appartenenza ideologica, ma per sottolineare la mancanza di un elemento strutturale del nostro sistema democratico, senza il quale tutta la casa finisce per vacillare: la mancanza di un centro, ossia di una forza riformatrice – ma non riformista – espressione forte delle libertà coscienti, dell’europeismo e dell’atlantismo, del mercato e dell’economia privata responsabile, del protezionismo sociale largamente affidato al “terzo settore”, della cultura laica – non laicista – proiettata a calmierare le contrapposte pulsioni e a riportare, finalmente, competenze e studio al centro dell’azione politica.

La traversata, però, come anticipato, presenta ancora molte incognite. Scogli sul fondale ce ne sono: smania di protagonismo, voglia di leadership, ma anche e soprattutto, a oggi, mancanza di un programma fresco e innovativo, fatto di visione e insieme di cose da fare su lavoro, fisco, spesa pubblica, mercato, concorrenza, infrastrutture ed energia, ambiente e rifiuti, su immigrazione, sicurezza, sanità, su giustizia, istruzione e ricerca. Una quindicina di punti, non di più, ma che non siano solo etichette di opuscoli pubblicitari.

“Piccolo spazio, pubblicità”: comunque la si pensi, quale che sia la bandiera di appartenenza, facciamo che a cantarlo siano finalmente solo le rockstar.