L’ennesima fine di un carrozzone di Stato

Ditemi una sola ragione per la quale dovrei versare le mie lacrime per l’ingloriosa fine di Alitalia. Abbiamo pagato per anni e anni, noi, di tasca nostra. Non c’è nulla per cui commuoversi. C’è, invece, da chiedere quale sia la ragione che ha impedito fosse dichiarato il fallimento fin dai primi anni 2000. C’è da chiedersi perché nessuno – ma proprio nessuno – abbia fatto o chiesto che fosse fatto ciò che da vent’anni era ineluttabile, vale a dire, chiudere, abbassare la serranda. Fermare l’emorragia di denaro. Bloccare le perdite.

Qui funziona così da sempre: i privati devono pagare, le imprese pubbliche possono dissipare. Impunemente, aggiungo io. Leggo spesso arguti commenti sui danni del liberismo (del quale, in Italia, non si è vista neppure l’ombra); vorrei dire che chi critica l’iniziativa privata farebbe bene a spendere i talenti avuti in dono per fare i conti di quanto ci sono costati i carrozzoni dello Stato e quanto costeranno alle generazioni future.