Il centrodestra perde, vince chi sa fare squadra

La lezione più importante di queste elezioni finali, naturalmente per chi ha perso, è che vince chi ha saputo fare squadra. E fin dall’inizio. Va detto con chiarezza, e forse è fin troppo facile ma la sensazione sta nel non porvi l’orecchio: il centrodestra ha incassato una delle sue sconfitte più clamorose, come se ne avesse cercato il risultato a cominciare dalla scelta dei capilista, anche se la perdita di Varese è un po’ come la ciliegina sulla torta, dal momento che è la città natale del bossismo e che da sempre è in mano alla Lega. E che nella città lacustre chi comanda è il numero due, Giancarlo Giorgetti, subito dopo Matteo Salvini col quale, peraltro, lo scontro politico non è mancato negli ultimi mesi, pesando per certi versi sul risultato del voto.

Un osservatore fra i più lucidi e disinteressati come Dagospia ha per dir così messo il dito nella piaga più dolorosa, parlando di suicidio del centrodestra e questa impietosa considerazione non può non comportare una riflessione successiva a proposito delle elezioni che contano, quelle del 2023, mettendo così in guardia il trio del centrodestra proprio sui consensi, premiati fino a ora dai sondaggi ma non più accompagnati dalle ferree certezze di cui Salvini e Giorgia Meloni erano andati fieri.

È probabile, forse certo, che da qui – da questo ballottaggio – al suicidio ce ne vuole ma il punto politico che a noi pare essere mancato al centrodestra, escluso Silvio Berlusconi, è che non ha saputo ascoltare e dunque parlare al proprio elettorato, soprattutto Salvini, il cui procedere a zig-zag (come si diceva a Milano, una volta sul pero e una volta sul fico) ha finito col disilludere quelle tante piccole e medie aziende che sono il nucleo portante della Lega del Nord. Quanto alla Meloni, che pure negli ultimi tempi ha saputo recuperare importanti fette di elettorato, è apparsa per certi aspetti datata col suo prevalente obiettivo di raccogliere qua e là gli scontenti ma senza una visione da offrire, senza cioè un disegno compiuto da rendere fattibile con gli elettori, senza un’ipotesi del tutto credibile da porgere ai nuovi.

Detto in termini semplicisti, né Meloni né Salvini sono stati in grado di dire ciò he vogliono e come lo vogliono. Su queste carenze politiche si è steso come un sudario l’enorme quantità delle astensioni che racconta, col suo voto di metà degli aventi diritto, di una crisi gravissima dello stato politico delle forze in campo. E il crollo dei Cinque Stelle, col loro populismo a parole e l’incapacità nei fatti, ne è a suo modo una ulteriore conferma. Una crisi soprattutto di credibilità che ha spinto all’indifferenza quei non elettori sempre più convinti che “questi o quelli per me pari sono” favorendo un centrosinistra più presente e attivo grazie a una organizzazione storica (Partito Comunista italiano, Partito Democratico, Democratici di Sinistra) indubbiamente capace che ha saputo contenere l’irrilevanza del voto di Giuseppe Conte.