Il decalogo politicamente corretto: un neo-progressismo moralista

Il “politicamente corretto” è cambiato. Da quello che era solo un galateo linguistico e una semantica dell’eufemismo ne è nata una super-ideologia, un neo-progressismo moralista anti-occidentale, un codice etico-politico intriso di prescrizioni e proibizioni, un pensiero unico dotato di una capacità sanzionatoria ai danni dei reprobi dissidenti e conservatori che non si allineano.

Cosa afferma in sintesi l’ideologia politicamente corretta? Andando alla sostanza e all’osso, si manifesta in concreto nelle seguenti asserzioni fondamentali, che costituiscono il decalogo del pensiero unico politicamente corretto:

1) “tutte le etiche e le culture (come tutte le verità) hanno un eguale valore e sono degne di un eguale rispetto” (relativismo culturale);

2) “questo rispetto implica che le società occidentali devono smettere di essere monoculturali e devono includere su un piano di parità le culture diverse che devono essere conservate e riconosciute compresi i loro costumi e le loro norme giuridiche anche quando fossero in conflitto con i costumi locali e le norme giuridiche derivate dai sistemi liberali occidentali”. Ciò implica la concessione di diritti speciali ed esenzioni da concedere alle comunità diverse e ai loro membri in quanto appartenenti a quelle comunità” (multiculturalismo e culto dell’altro);

3) “quel che è rilevante sul piano giuridico non sono tanto gli individui e i diritti individuali, come afferma il liberalismo, ma le comunità e i loro diritti collettivi, non l’eguaglianza e universalità dei diritti umani degli individui, ma le differenze delle comunità e in particolare di quelle delle minoranze discriminate e svantaggiate” (identity policy e utopia diversitaria);

4) “tutti gli esseri umani del mondo devono godere non solo dei diritti umani universali, come prevede il liberalismo, ma anche di tutti i diritti connessi alla cittadinanza, tra cui quello di entrare nel territorio occidentale violando i divieti e i confini e di stabilirsi”. Ciò comporta il dovere assoluto degli Stati di accoglienza illimitata e incondizionata (teoria del globalismo e dell’abolizione dei confini e degli Stati nazionali);

5) “la discriminazione e il razzismo sono insiti, impliciti e mascherati negli ordinamenti liberali delle società occidentali che sono democrazie liberali solo “di facciata” e albergano nel loro seno una rete di discriminazioni e di razzismi impliciti” (Razzismo sistemico).

6) “il nazifascismo è una tendenza incarnata nella civiltà occidentale e costituisce il male radicale assoluto che è una tendenza latente in permanenza nelle società liberali occidentali”. Ne deriva che “il totalitarismo comunista è stato un male relativo in gran parte giustificato dalle sue buone intenzioni universaliste di giustizia sociale” (teoria del “fascismo eterno” e del “male assoluto nazi-fascista”);

7) “l’egemonia della cultura occidentale, non è effetto di un suo valore unico e tendenzialmente universale, ma del dominio eurocentrico e imperialista dell’uomo bianco, maschio e cristiano sugli altri gruppi umani e sulle altre culture”.

“I personaggi, le opere e gli eventi della storia, della cultura e delle arti occidentali, giudicati (anacronisticamente) con criteri etico-politici contemporanei, come il rispetto dei diritti umani, mostrano il sempiterno volto razzista, colonialista ed imperialista della civiltà occidentale” (cancel culture);

8) “maschio e femmina, i loro orientamenti sessuali e le identità di genere sono costruzioni socio-culturali occidentali e non dipendono da fattori biologici determinanti, per cui possono e devono essere oggetto di scelta individuale”.

“La bipartizione dell’umanità in maschio e femmina è perciò un artificio per discriminare le varie identità di genere e di orientamento sessuale delle minoranze Lgbtqi”. Ne deriva che la famiglia naturale è un artificio e che le coppie omosessuali hanno il “diritto” di formare una famiglia e di adottare i bambini (teoria del gender);

9) “tutti gli individui hanno diritto a vedersi riconosciuti tutti i loro desideri” (teoria dei diritti illimitati e della proliferazione illimitata dei diritti);

10) “il mondo è alla vigilia di una catastrofe climatica di cui sono responsabili le emissioni umane di anidride carbonica dovute alle attività umane e in particolare al modello industriale occidentale di sviluppo, che deve essere sostituito da un nuovo modello verde e sostenibile basato esclusivamente sulle fonti rinnovabili come il solare e l’eolico per salvare il pianeta e ricostituire l’Eden naturale primigenio” (Ecologismo catastrofista e utopismo verde).

Tutte queste asserzioni politicamente corrette portano a un’unica conclusiva macro-asserzione: “La civiltà occidentale è la fonte del Male radicale globale, perché infetta dai germi e dai geni del colonialismo, dell’imperialismo, del razzismo, del fascismo, dello schiavismo, del sessismo patriarcale, della distruzione del pianeta e delle discriminazioni verso ogni minoranza. Queste discriminazioni sarebbero mascherate dal liberalismo, e cioè da un formale (e non “sostanziale”) rispetto per i diritti umani e da una eguaglianza e una tolleranza solo formali e, quindi, solo “di facciata”. Su queste basi il movimento dei fautori del politicamente corretto conduce una lotta anti-occidentale su tutti i fronti collegati tra loro, che definisce per questo “intersezionale”, confermando che l’obbiettivo che unifica tutte le sue diverse istanze è la decostruzione della civiltà occidentale.

Emotivismo e moralismo

Si tratta evidentemente di asserzioni di carattere strettamente ideologico che manifestano soprattutto opzioni di valore molto discutibili (ne abbiamo discusso in altri articoli su L’Opinione) e a nostro avviso del tutto false, perché rappresentano una contestazione delle basi stesse del liberalismo e dello Stato liberale. Esse esprimono mere opzioni e preferenze emotive di carattere etico-politico e per questo non verificabili, e si sottraggono perciò, per la loro stessa natura, a una valutazione oggettiva di vero/falso. Esse sono letteralmente delle post-verità, in quanto hanno l’apparenza di “verità” plausibili e desiderabili solo perché sembrano rispondere non a criteri euristici, ma a esigenze etiche edificanti e universaliste di promozione “sostanziale” dell’eguaglianza, della tolleranza e del rispetto e della solidarietà verso gli “altri” e i “diversi”. In questo senso, quelle asserzioni sono quelle che si chiamano “post-verità” emotiviste.

L’ “emotivismo” è infatti il fondamento etico del politicamente corretto e afferma: “Non è vero quel che è vero, ma quel che è politicamente corretto in quanto sembra promettere una società “più inclusiva” e costituisce, in questo senso, un “progresso” etico-politico. L’emotivismo afferma, in sostanza, che “poiché ogni asserzione ha un eguale valore (relativismo assoluto) vale meglio sostenere e promuovere verità apparenti che almeno promuovano un fine edificante come la solidarietà, la pace e l’eguaglianza universali”.

Il politicamente corretto conduce perciò a una moralizzazione emotivista del discorso pubblico in base ad un’etica delle intenzioni (di ascendenza religiosa) e dei principi, che prescinde dalla valutazione delle conseguenze, come esigerebbe l’etica laica della responsabilità. Secondo quel punto di vista religioso, l’intenzione etica buona (o meglio “buonista”) è tutto, le conseguenze e le verità fattuali sono nulla. Invece per una valutazione laica, in linea di principio e di massima, per un laico è vero il contrario.